Archivi autore: Walter Falgio

Geppe e il suo fiume

(29 luglio 2020) Il fiume Panaro bagna Spilamberto e quelle pietre accanto alla foto di Nino Garau e sopra la sua bara provengono dalle sue sponde. Le ha portate a Cagliari il 16 luglio Umberto Costantini, il sindaco del paese emiliano, e accompagneranno il viaggio del partigiano. Quel fiume che nasce negli Appennini e confluisce nel Po verso nord era un luogo molto familiare per Nino. Ce ne parlava spesso con dovizia di dettagli sulla conformazione delle anse e sul corso attorno al territorio di Spilamberto.

Un fiume in guerra è un confine importantissimo. Rappresenta ovviamente un sistema difensivo naturale e un percorso obbligato, tanto più se il letto è ampio e ghiaioso come quello del Panaro nella pianura modenese. Quando tra la fine di marzo e i primi giorni di aprile del 1945 si attendeva da un momento all’altro lo scontro con i tedeschi in ritirata e l’arrivo degli alleati, Nino Garau, il partigiano Geppe, ebbe una intuizione decisiva. Dopo uno studio attento delle carte stabilì che le truppe americane e i tedeschi avrebbero sfondato proprio sul Panaro e che non avrebbe avuto alcun senso trasferire i combattenti della Brigata partigiana “Casalgrandi” guidata dal sardo a Modena, così come invece suggeriva il comando di Divisione.

“Io ritenni che fosse più che altro un’azione dimostrativa in quanto ritenevo che a Modena gli Alleati non avrebbero trovato ostacoli militari e quindi rifiutai nel modo più assoluto di spostare i reparti della mia Brigata in quanto sarebbe stato meglio attuare il piano già prestabilito dato che, come dimostrato dalle carte e dalle mappe esaminate, ero certo che lo sfondamento degli Alleati sarebbe avvenuto lungo il fiume Panaro”, aveva scritto Nino nella sua memoria.

Il capo partigiano cagliaritano ebbe ragione: i tedeschi e gli alleati risalirono la pianura sfruttando le sponde del fiume Panaro, il percorso più agevole per i mezzi corazzati. Geppe non trasferì i suoi uomini a Modena e schierò tutte le forze attorno a Spilamberto dove avvenne la battaglia finale e dove, nella notte del 22 aprile 1945, i partigiani e la popolazione ricacciarono definitivamente e solo con le loro forze i nazifascisti liberando le città, le strade e i campi del Modenese. Geppe sapeva “che i migliori combattenti fossero quelli che agivano in difesa della propria famiglia, degli amici e delle loro case. Di sicuro il mio atteggiamento non piacque ma io tenni duro e non cambiai mai la mia posizione sull’argomento”.

Geppe con la sua Resistenza non racconta atti eroici. Restituisce la forza delle scelte di un uomo poco più che ventenne, anche in contrasto con i suoi capi, descrive della solida consapevolezza politica di un combattente poco più che ragazzo, sbandato dopo l’8 settembre, nel voler schiacciare la violenza e l’oppressione per tentare di ricostruire un mondo diverso, certamente più libero, certamente rispettoso dei diritti fondamentali di ogni donna e di ogni uomo.

Garau e tanti altri antifascisti sono riusciti in questo intento. Hanno ricacciato l’oppressore anche a costo della propria vita. Quel mondo migliore, però, è ancora in costruzione. Giorno dopo giorno. Pietra su pietra.

(walter falgio)

Ciao Nino

(12 luglio 2020) Il comandante partigiano Nino Garau, nome di battaglia Geppe, è morto questa sera, 12 luglio, nella sua casa di Cagliari. Avrebbe compiuto 97 anni il prossimo 12 dicembre. Ci lascia un antifascista combattente e un caro amico con il quale abbiamo condiviso decine di chiacchierate, conferenze, incontri in tante scuole, teatri, Comuni della Sardegna. Da quel 19 febbraio 2007, giorno in cui una pattuglia di studenti e giovani ricercatori dell’Istituto sardo per la storia della Resistenza iniziò a raccogliere la sua straordinaria testimonianza. Allora, per la prima volta, dopo 62 anni di silenzio, Nino Garau decideva di ricostruire la sua esperienza di lotta dall’8 settembre ’43 alla Liberazione e il suo ritorno a Cagliari dopo la guerra. Una memoria lucidissima accompagnata da una personale elaborazione lontana dall’esaltazione e dalla retorica, portò l’Issra con il Laboratorio di Etnografia Visiva dell’Università di Cagliari alla produzione del film “Geppe e gli altri. Storia di vita di un comandante partigiano sardo” che presentammo in anteprima con lui il 23 aprile 2012 nella sala consiliare del Comune di Cagliari.

Da allora seguirono numerose iniziative spesso con giovani interlocutori, sempre arricchite dalle sue parole, dallo scambio privilegiato con il testimone. Ricordiamo Ales, San Sperate, Oristano, Sardara, Nuoro, San Gavino, Villacidro, Alghero, Roma, recentemente Spilamberto, la città in provincia di Modena che Garau, alla guida della brigata “Aldo Casalgrandi”, liberò dai nazifascisti la notte tra il 22 e il 23 aprile del ’45. Nino è stato prigioniero dei tedeschi, è stato torturato, è riuscito a fuggire dal carcere di Verona e a riprendere la lotta, ha dovuto affrontare la “caccia alle streghe” del dopoguerra, subendo il carcere perché accusato ingiustamente da fonte anonima dell’omicidio di un fascista dopo il 25 aprile. È stato assunto dal Consiglio regionale della Sardegna il 1 ottobre 1949 e dal ’60 al ’78 ha ricoperto l’alta carica di segretario generale dell’istituzione autonomista. È stato insignito della medaglia di bronzo al valor militare che ha sempre mal digerito perché riteneva di meritare di più. Per questo l’Issasco ha inoltrato al ministero della Difesa la richiesta di revisione dell’onorificenza.

Grazie Nino per averci aiutato a ricostruire un pezzo di storia della Resistenza – della tua Resistenza – ma soprattutto grazie per averci dimostrato che se la coerenza con i valori della libertà e dell’antifascismo non è mai stata barattabile per te, nel corso della tua vita lunga e combattuta, tanto più non lo deve essere per noi.

Ricordiamo Nino Garau con il suo racconto della battaglia di Spilamberto. Da “Geppe e gli altri” un film di Francesco Bachis, Giuseppe Caboni, Laura Stochino, Francesco Capuzzi e Walter Falgio, regia di Francesco Bachis.

La biografia del partigiano Garau da me curata è in Daniele Sanna, La Sardegna e la guerra di Liberazione, FrancoAngeli, 2018.

(wa.f.)

A proposito di targhe, capperi e simboli del passato

(1 luglio 2020) Si fa un gran parlare del “passato che non passa” nei simboli, nella toponomastica, nella statuaria che richiama dittature, violenza coloniale, razzismo. Sul tema si è aperto un dibattito internazionale stavolta stimolato dalla morte violenta di George Floyd ma che a cicli e da decenni investe il confronto culturale. In proposito abbiamo osservato, discusso, registrato eventi in tutto il mondo. Qui racconto però in due parole un bell’esempio casalingo, riscontrabile in qualunque momento in una strada del centro storico di Cagliari, città dove abito. Può essere definito come una singolare vicenda di cancellazione “arborea” della memoria che sistematicamente – e sottolineo non da oggi – riguarda la figura di un antifascista, cagliaritano da ragazzo, al quale gli studiosi di letteratura tedesca devono molto.

Giaime Pintor e la sua targa silenziosamente scompaiono. Manca poco perché la meravigliosa e inconsapevole pianta di capperi avvolga tutto il marmo. Già adesso è quasi impossibile scorgere la lapide che ricorda lo “Scrittore caduto per la patria mentre si versava il sangue d’Europa”, apposta il 30 marzo 1985 dall’associazione Amici del libro, animata dall’illustre Antonio Romagnino, e dal Comune di Cagliari.

In questo link a Google Maps si può osservare il luogo dove si trova l’iscrizione nascosta dalle piante che ricorda l’intellettuale Pintor.

E mentre il traduttore di Rilke che morì a 24 anni nel ’43 su una mina tedesca a Castelnuovo al Volturno nel tentativo di ricongiungersi con le formazioni partigiane scompare, pochi metri più in là, nella stessa via Porcell, campeggiano due simboli di quel “passato che non passa” sul monumentale prospetto del palazzo universitario di Biologia.

Ecco, anche in questo caso, il link a Google Maps.

E, ironia della sorte, si tratta proprio del fascio littorio che l’antifascista Pintor volle combattere sino alla morte e della croce sabauda, stemma del Regno che il fascismo sostenne. Come ha suggerito con molta lucidità Igiaba Scego in un recente articolo che qui ripropongo, queste circostanze devono sempre suggerirci domande e conoscenza: “Il delicato dibattito sulle tracce del passato non va ridotto all’abbattimento o meno di statue e monumenti. A sdegni incrociati. A veti. A rabbie. Va tutto discusso e reso patrimonio comune. In questa storia non c’è giusto o sbagliato. Ci sono le relazioni. Il consiglio di Rodari, ovvero quello di completare quelle tracce, è sempre da tenere presente”.

Nel nostro caso, per iniziare a ri-completare quelle tracce ombrose bisognerebbe perlomeno “liberare” Pintor dall’abbraccio dei capperi. E, aggiungo, rileggersi qualcosa di suo non guasterebbe.

(wa.f.)

Articolo di Igiada Scego su “Internazionale” del 9 giugno 2020

Il Costante piacere di vivere. Vita di Giaime Pintor di Maria Cecilia Calabri, Utet, 2007 

Un ricordo di Sergio Siglienti

(27 maggio 2020) Sergio Siglienti, intellettuale e banchiere sassarese, è mancato a Milano il 24 maggio scorso all’età di 94 anni. Ospito con grande piacere questo ricordo dello storico dell’economia, Alessandro Mignone. (wa.f.).

Con Sergio Siglienti se ne va un pezzo di storia economica e finanziaria del nostro Paese. Banchiere per una vita, nasce a Sassari il 19 maggio 1926 da Stefano, ministro delle Finanze nell’Italia non ancora liberata dal nazifascismo, poi per lunghi anni al vertice dell’Istituto Mobiliare Italiano e dell’Associazione Bancaria Italiana, e da Ines Berlinguer, appartenente a una delle più importanti famiglie sassaresi. Piccola aristocrazia isolana “senza feudi né decime”, il cui padre Enrico, tra i fondatori de “La Nuova Sardegna” e in contatto diretto con Garibaldi, fu tra i massimi interpreti degli umori di una città a forte tradizione mazziniana, repubblicana, democratica.

Entrambi i genitori furono tra i protagonisti della Resistenza capitolina: arrestato dalle SS nel suo ufficio, il padre scampò all’eccidio delle Fosse Ardeatine dopo una rocambolesca fuga orchestrata dalla moglie, seconda a nessuno in quanto a coraggio. Durante la guerra Sergio resta invece al riparo in Sardegna, ospite dello zio Mario Berlinguer, padre di Giovanni e di Enrico, quest’ultimo futuro e indimenticato segretario del PCI. Insomma, Sergio Siglienti cresce in un ambiente familiare colto, ricco di stimoli, con una lunga storia democratica e antifascista, che senza dubbio influisce sulla sua formazione e sul suo modo di essere, retto e integerrimo: “una persona perbene”, si legge negli articoli di questi giorni.

Un ambiente anche borghese e benestante, ma senza esibizionismi o ostentazioni, come egli stesso rammenta in una vecchia intervista del 1992, in cui racconta di quando accompagnò il padre al VI Congresso del Partito Sardo d’Azione a Macomer, nel luglio 1944: “Avemmo una disavventura durante il viaggio da Sassari a Macomer: la macchina che ci accompagnava si guastò, si bucò una gomma. Allora, chiedemmo un passaggio ad un camionista che trasportava mercanzia varia. Mio padre si mise in cabina con il guidatore, ed io all’aperto. Arrivammo così a Macomer. Il guidatore fu gentilissimo nell’accompagnarci senza sapere neanche chi fosse mio padre: sapeva solo che andavamo al congresso sardista e cambiò strada per accompagnarci esattamente lì. Quindi, il ministro delle Finanze arrivò così, altro che auto blu e la scorta di oggi!”.

Giovanissimo, nel 1951 Sergio Siglienti entra nella Banca Commerciale Italiana per volere di Raffaele Mattioli: non la lascerà più, nemmeno quando nel 1979 Francesco Cossiga gli propone la carica di direttore generale della Banca d’Italia al posto di Carlo Azeglio Ciampi, nominato Governatore. Nel 1987 diventa amministratore delegato dell’istituto milanese e tre anni più tardi presidente. Lascia nel 1994, quando l’IRI cede la banca di Piazza della Scala, avviandola alla privatizzazione. Da sempre sostenitore del connubio pubblico-privato, fu molto critico circa i modi dell’operazione e il ruolo di Mediobanca, tanto da pubblicare due anni dopo un libro dal titolo eloquente: Una privatizzazione molto privata: Stato, mercato e gruppi industriali. Il caso Comit.

Sarebbe riduttivo, tuttavia, ricordarlo solo come banchiere. Sergio Siglienti è stato anche uomo di cultura, raffinato e sempre pronto alla citazione: lasciata la banca assume infatti la presidenza dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, istituto napoletano fondato nel secondo dopoguerra da Benedetto Croce, succedendo a Giovanni Spadolini.

Alessandro Mignone

(Libero ricercatore, storico e archivista. Ha collaborato a lungo con l’Archivio storico di Intesa Sanpaolo, di cui è coautore della Guida generale ai patrimoni archivistici (Hoepli, 2016). Tra i suoi ultimi lavori, il documentario “De limo fertilis resurgo” sulle bonifiche in Sardegna (Padova University Press, 2020) e la biografia di Stefano Siglienti (in corso di pubblicazione).

L’isola dei militari

(23 maggio 2020) “L’arcipelago del movimento antibasi sardo è un’aggregazione trasversale e sfaccettata che interpreta un sentimento diffuso e si radica in uno specifico contesto territoriale e culturale: «‘Resistenza’ al colonialismo significava di più che semplice resistenza al dominio degli italiani. Come molte isole, e secondo una valutazione antica di secoli, se non di millenni, la Sardegna era ritenuta strategicamente importante. Inoltre, con le grandi estensioni di terra sottopopolata era il luogo ideale per l’addestramento militare», scriveva lo storico inglese Martin Clark nel 1989.

Le svariate forme di opposizione alla presenza militare nell’isola, piattaforma di servizio durante la Guerra fredda e ancor oggi nell’ambito degli interessi di una global Nato, sono oggetto di un ampio dibattito. Ne derivano i contorni di un tema di studio sulla storia politica e sociale della Sardegna del secondo dopoguerra tanto peculiare quanto poco indagato. Si propone qui una ricostruzione ancorché parziale della vicenda sarda prendendo le mosse dagli schemi interpretativi e dagli inquadramenti storici sul movimento nonviolento e antimilitarista nell’Italia del Novecento…”.

In due puntate su Storie in movimento un mio articolo che prova a tracciare una prima riflessione sulle diverse forme di opposizione alla presenza militare in Sardegna.

Prima puntata

Seconda puntata

Le fotografie sono state gentilemente concesse da Sandro Martis.

(wa.f.)

Giaime, una clip per raccontare i valori vivi della Resistenza 75 anni dopo

(25 aprile 2020) L’Issasco ricorda l’antifascista di origini sarde Giaime Pintor con una lettura corale delle sue ultime parole al fratello Luigi.

“Quanto a me, ti assicuro che l’idea di andare a fare il partigiano in questa stagione mi diverte pochissimo; non ho mai apprezzato come ora i pregi della vita civile e ho coscienza di essere un ottimo traduttore e un buon diplomatico, ma secondo ogni probabilità un mediocre partigiano. Tuttavia è l’unica possibilità aperta e l’accolgo”. Sono queste le ultime, celebri parole che l’antifascista di origini sarde, Giaime Pintor, ha scritto da Napoli al fratello Luigi il 28 novembre 1943, pochi giorni prima di morire, e che l’Issasco (Istituto sardo per l’antifascismo) ha scelto per celebrare il 75esimo anniversario della liberazione dell’Italia dal nazifascismo.

Giaime è una clip di dieci minuti autoprodotta pubblicata il 25 aprile nei profili Facebook e YouTube  dell’Istituto in cui dodici persone leggono e interpretano dalle proprie case e con strumenti non professionali il messaggio di Pintor. Una lettura corale dove una studentessa, un medico, un’educatrice, una farmacista, insegnanti, ricercatori, giornalisti, studiose e studiosi ripropongono nella quotidianità un esempio di straordinaria onestà intellettuale, un’acuta testimonianza sulla necessità di assumere il proprio destino nei momenti decisivi della vita pur nella consapevolezza dei propri limiti.

“Oggi in nessuna nazione civile il distacco fra le possibilità vitali e la condizione attuale è così grande: tocca a noi di colmare questo distacco e di dichiarare lo stato di emergenza. Musicisti e scrittori dobbiamo rinunciare ai nostri privilegi per contribuire alla liberazione di tutti”, scriveva l’intellettuale e fine letterato Pintor. Il messaggio di un giovane uomo che a 24 anni, come tanti nello stesso periodo, decideva di combattere contro l’oppressione, l’intolleranza, la prevaricazione senza per questo essere un eroe o un predestinato. Un messaggio attuale, vivo, che l’Istituto sardo per l’antifascismo ripropone in una circostanza complicata e tortuosa come quella che l’umanità oggi attraversa nel fronteggiare la pandemia.

La Resistenza è stata una guerra combattuta senza coscrizione, per scelta e per convinzione, da giovani uomini e donne comuni. A 75 anni dalla fine di quella guerra che ha visto anche il sacrificio di molti sardi, il valore e l’integrità della “scelta” restano immutati e si trasformano in strumenti e bagaglio fondamentali per ricostruire e rinsaldare tutti i giorni e in tutte le nostre manifestazioni le basi di qualunque convivenza civile: la libertà, l’uguaglianza, la pari dignità.

Il 1 dicembre, a Castelnuovo al Volturno, nel tentativo di oltrepassare le linee nemiche per raggiungere le formazioni partigiane, Giaime Pintor morì dilaniato dallo scoppio di una mina tedesca. “Se non dovessi tornare non mostratevi inconsolabili. Una delle poche certezze acquistate nella mia esperienza è che non ci sono individui insostituibili e perdite irreparabili”, scrisse Giaime Pintor.

Dapprima diffusa dattiloscritta a cura di amici, la lettera è stata pubblicata in forma ridotta per la prima volta in un opuscolo commemorativo nel 1946, In memoria di Giaime Pintor, (Einaudi, 1946). Nella sua versione integrale si trova in Giaime Pintor, Il sangue d’Europa. Scritti politici e letterari (1939-1943), a cura di Valentino Gerratana, (Einaudi, 1950).

L’iniziativa Issasco partecipa alla campagna social #RaccontiamolaResistenza avviata dall’Istituto Nazionale “Ferruccio Parri” e dagli altri 65 istituti della rete il 29 marzo su Facebook, Twitter e Instragram. Aderiscono alla campagna tutte le associazioni di reduci e di partigiani, le principali società storiche, la rete “Paesaggi della Memoria” con la partnership di Rai Storia e di Rai Cultura.

Grazie a:
Emilia Agnesa (attrice, insegnante)
Bachisio Bachis (Archivio Distratto)
Francesco Bachis (ricercatore, Issasco)
Michela Calledda (Archivio Distratto)
Michela Caria (insegnante)
Lucia Cossu (insegnante)
Walter Falgio (giornalista, Issasco)
Raimondo Garau (medico)
Sara Lawlor (studentessa)
Paolo Piras (giornalista)
Gisella Saiu (educatrice)
Marinella Stochino (farmacista)

Architettura: le radure o nuovi spazi di felicità urbana

(1 ottobre 2019) Riceviamo e volentieri proponiamo questo scritto dell’economista Lorenzo Bona e del progettista Luca Sanna. (wa.f.)

(Verso) design con self-control – (Towards) design with self-control

di Lorenzo Bona e Luca Sanna

Interrelazioni storicamente problematiche hanno tenuto e tengono insieme società, economie e i relativi territori di sviluppo. E al riguardo, assumono speciale rilevanza i rapporti tra gli spazi abitativi creati dagli uomini e la natura circostante, tra centro e periferia, tra gli scambi mutualmente vantaggiosi e quelli impoverenti.

Architetti, urbanisti, economisti, esperti e policy makers dibattono e si confrontano con crescente intensità sull’evoluzione di questi rapporti per capire come si possano realizzare o favorire equilibri socio-ambientali migliori di quelli emersi sinora. Si riflette sull’attuale configurazione dello sviluppo economico e urbano, valutando quali siano stati gli esiti prodotti dal suo stesso divenire, mettendo a confronto benefici e costi. Da un lato, non sfugge che tale sviluppo ha solitamente coinciso con fenomeni di urbanizzazione e di costituzione di città che sono stati, a loro volta, accompagnati da un innalzamento dei livelli di alfabetizzazione ed istruzione scolastica, di ingresso nel mondo del lavoro, di accesso a servizi di assistenza sanitaria e sociale; dall’altro, si osserva, tuttavia, in modo sempre più insistente, che il costo di questi miglioramenti socio-economici trova un riflesso in una preoccupante espansione dell’inquinamento di numerosi territori, nell’abbandono e nel degrado di molti centri urbani, nella creazione di periferie in crescente stato di emarginazione.

In questo quadro si allarga anche il senso di preoccupazione per l’inadeguatezza di molti luoghi abitati e costruiti ad offrire riparo sicuro davanti a shock naturali, come terremoti e maremoti, caratterizzati ancora da una terribile imprevedibilità, nonostante gli enormi progressi della scienza moderna.

Quale atteggiamento e che posizione assumere davanti a tutto ciò?

Possibili spunti per l’elaborazione di utili risposte a domande come questa potrebbero provenire da una riflessione, forse ancora largamente in divenire rispetto alle sue premesse teoriche, come pure nell’insieme delle possibili implicazioni, sul concetto di “Radura”.
Il concetto di radura appare declinarsi in vari modi a seconda del contesto di confronto.
Mentre sulla parte del pianeta in espansione demografica ci si interroga sui modelli di sviluppo urbano, nel mondo “antico” ci si confronta sulle strategie di conversione del costruito, alla ricerca di un miglioramento delle qualità dell’habitat che corregga gli errori delle espansioni del secondo dopoguerra, ma che allo stesso tempo, renda le città più vivibili per gradienti crescenti di felicità.
Partendo dalle ultime riflessioni, ci si chiede in fondo se possano esistere modelli di retrofit urbano capaci di generare nuove aspettative in termini di felicità, che inducano e sollecitino le persone all’inclusione, ad una modalità gentile e accogliente di confronto.
Prendono un ruolo in questa ottica alcune delle recenti teorie urbane, sulla funzione della vegetazione, orizzontale o verticale, nelle strategie di recupero, sulle modalità di riqualificazione degli scarti domestici, sulle scelte di transito veicolare e a pedali, sull’uso dello spazio vuoto, di risulta. Ed infine sulle modalità per coniugare al meglio il concetto di radura, di riparo, col concetto di abitato.
Assume pregnanza riflettere sul significato di questo concetto, che comunica un’idea di interruzione di continuità spaziale e ambientale, e il suo ruolo nell’ambito dello sviluppo delle nuove identità urbane e di una loro evoluzione che, a sua volta, apre nuove sfide.

Ad esempio, occorrerebbe capire meglio quanto debbano riacquisire importanza il non costruito, il demolito o l’effetto di crollo, spesso carico di significati profondi, e la capacità di rigenerazione urbana. E, nel far ciò, sarebbe pure interessante chiedersi se i vuoti urbani non rappresentino di fatto delle radure, delle isole urbane di riflessione, le nuove piazze; e se di contro, nel riacquisire centralità, la scuola, anche nelle sue forme architettoniche, non debba ritornare ad essere considerata una radura, un luogo benefico e di importanza strategica formale e culturale.

Non si tratta qui di individuare una modalità di rarefazione del costruito, una regola di compressione degli indici di edificabilità, ma di riflettere sul senso di discontinuità, sulla possibilità di generare nuove isole di felicità e di convivenza.

Provando a raccogliere questo invito a riflettere, verrebbe da dire – in una prospettiva interdisciplinare – che gran parte dei dilemmi appena evocati circa le prossime scelte di (ri)generazione urbana e di (ri)progettazione nel costruito e nel non-costruito sembrerebbe avere un elemento distintivo principale: quello che gli individui rilevano quando si trovano in situazioni connesse a ricompense a breve termine spesso in conflitto con ricompense maggiori ma disponibili in un tempo più lontano.

Sintetizzando al massimo tutto ciò in una domanda ci si potrebbe chiedere: in situazioni conflittuali come quelle appena descritte, come aumentare la probabilità di scelte lungimiranti associate a ricompense maggiormente premianti – e per questo anche più gratificanti sul piano della felicità – di quelle disponibili nel breve termine?

Considerate in questa prospettiva le cose dette sin qui a proposito di radura potrebbero indurre al bisogno di un suo stretto collegamento con l’idea di self-control. Nel senso che la rilevanza del self-control è palese proprio per situazioni come quelle a cui è stato fatto riferimento: e cioè quelle dove vi sia un conflitto tra scelte orientate a ottenere benefici più piccoli a breve e scelte dirette a ottenere benefici più gratificanti ma spostati più in là nel tempo.

A tale riguardo, diversi studiosi, specialmente in ambito di economia e psicologia sperimentale, hanno osservato che l’organizzazione di strategie a sostegno di comportamenti di self-control svolgerebbe una funzione fondamentale per promuovere livelli di felicità crescenti, sia sul piano individuale, sia su quello delle relazioni interpersonali. Ed è stato anche aggiunto che se schemi con sanzioni/punizioni per scelte impulsive possono essere strumentali all’organizzazione di tali strategie, un aiuto ancor più efficace per lo stesso scopo potrebbe derivare da schemi alternativi più soft, dove la punizione per l’impulsività non avviene ex-post ma simultaneamente all’interruzione di un determinato piano d’azione per il quale si era preso un impegno.

Un esempio può essere quello dell’avvio di un investimento tramite l’attivazione di una sequenza di comportamenti la cui interruzione risulta di per sé stessa costosa.

Può essere interessante osservare che la maggior efficacia di questi schemi più soft si manifesterebbe specialmente in contesti di scelte la cui complessità è strettamente dipendente dalla presenza di alternative connesse a punti di arrivo aventi una natura tendenzialmente ideale e astratta, come può ad esempio capitare quando si ragiona su obiettivi di altruismo, moralità e benessere fisico, e sulle sequenze di comportamenti necessari a tradurre sul piano della realtà e in via ottimale questi obiettivi.
Se è vero che l’interesse dell’architettura è da sempre orientato verso grandi traguardi ideali e che il dibattito contemporaneo che anima questa disciplina è particolarmente sensibile al tema della progettazione di nuovi spazi in grado di accogliere tutti con più altruismo e possibilità di inclusione sociale, allora diventa sempre più importante l’introduzione di schemi coerenti con la logica del self-control nei nuovi modelli di progettazione urbana.

È in questo senso che nell’ambito dell’architettura contemporanea, il concetto di radura – in raccordo con l’idea di self-control – potrebbe avere una speciale carica innovativa e suggerire, in modo lungimirante, nuovi orizzonti ideali per le prossime scelte in ambito di gestione e sviluppo degli spazi urbani.

Il ragionamento svolto sin qui non pretende chiaramente di fornire un rimedio definitivo per le principali distorsioni socio-ambientali prodotte dall’evoluzione dello sviluppo urbano. Tuttavia, esso potrebbe fornire almeno qualche direttrice per l’elaborazione di modelli di sviluppo urbano maggiormente inclusivi e capaci di offrire anche ai meno fortunati condizioni esistenziali più accettabili di quelle da loro godute sinora.

Tra le possibili direttrici allineate ad una più stretta interrelazione tra il concetto di radura e quello di self-control, si imporrebbe degna di speciale attenzione quella di una ridefinizione del piano/area orizzontale dello sviluppo urbano, ma anche di un contenimento dello spazio in cui lo sviluppo urbano assume una dimensione di sfida verticale, come capita nella competizione per torri e grattacieli (con ovvio riferimento a situazioni lontane da quelle di luoghi come San Gimignano in Italia!).

Alcune città moderne sembrano ormai decise ad applicare metodi di self-control alla rivitalizzazione dello spazio urbano, ridisegnando gli spazi di risulta, ripensando alla funzione dei vuoti e delle vie, degli spazi pedonali, orientati verso una rilettura dei tempi della vita e dei contatti umani, dello spazio per gli animali e della vegetazione.
A titolo di esempio il progetto “Biodiversity” in architettura rappresenta da quasi un decennio un esempio di lavoro, in un continuo interrogarsi sul ruolo che il design giocherà nel controllo e nel rapporto tra natura e artificio; tra progetti lungimiranti vantaggiosi e esempi depauperanti.

Un orientamento strategico di questo tipo, dovrebbe tuttavia essere frutto di scelte sociali largamente condivise e a tal fine aiuterebbe promuovere un grande dibattito pubblico – tra esperti, rappresentati delle istituzioni e cittadini – avente almeno due finalità principali:

• (ri)esplorare limiti e orizzonti ancora aperti legati all’idea di una ipotetica coesistenza, teoricamente priva di contrasti e dicotomie insuperabili, tra natura e spazi artificiali creati dagli uomini.

• verificare la reale compatibilità tra il naturale e l’artificiale, e se intercorra una relazione biunivoca e intercambiabile tra i due termini, come sembrano asserire certi progetti che puntano a replicare e/o innestare biodiversità e vita degli ecosistemi naturali in ambienti del tutto artificiali – e per questo dipendenti dall’uomo – sulle facciate di edifici di cemento; o come purtroppo capita di pensare guardano a certi spazi urbani distrutti da terribili calamità naturali, ricreati poi negli stessi posti sulla base di nuove idee progettuali e tecnologie ritenute capaci di controllare un eventuale ripetersi di quelle calamità, ma nonostante ciò incapaci di riacquisire la vitalità sperata, o per via di uno spopolamento spontaneo e imprevisto, o per via di una nuova calamità che per imprevedibili motivi sfugge ancora alla possibilità di un pieno controllo umano.

Il self-control suggerirebbe di meditare con cautela davanti a certe mode e tendenze nel mondo della progettazione che, se sviluppate in modo totalizzante, potrebbero indurre l’architettura contemporanea a perdere di vista la centralità dell’ambiente naturale rispetto a quello artificiale, pur sempre tecnologicamente necessario, e trasformare così buone intenzioni in esiti non più armonicamente componibili e per questo destinati a evocare contorni che potrebbero diventare pericolosi quanto, evidentemente, inclinati oltre il controllo.

Note bibliografiche:

Bruni L. (2010), “The happiness of sociality. Economics and eudaimonia: a necessary encounter”, Rationality and Society, 22(4), pp.383-406.Rachlin H. (2000), The science of self-control, Harvard University Press, Cambridge.

Clément G. (2008), Il giardiniere planetario, 22 Publishing, Milano.

Augé M. (2008), Nonluoghi. Introduzione a Un’antropologia della surmodernità, Elèuthera, Milano.

Progetto Radura, Stefano Boeri Architetti, Università degli Studi, Milano, Cliente Interni magazine.

Khan S., Colau A., “City properties should be homes for people first – not investments”, The Guardian, Tue 3 Jul 2018, https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/jul/03/city-properties-homes-people-first-london-barcelona

Memoria, racconto, storia

(25 aprile 2019) La sera prima di morire Leone Ginzburg scrisse una celebre lettera alla moglie Natalia. Il 4 febbraio del 1944, dall’infermeria del carcere romano Regina Coeli dove il letterato antifascista versava in condizioni critiche dopo aver subito interrogatori e torture dai nazisti, dedicava queste ultime parole alla donna amata: “La mia aspirazione è che tu normalizzi, appena ti sia possibile, la tua esistenza; che tu lavori e scriva e sia utile agli altri. Questi consigli ti parranno facili e irritanti; invece sono il miglior frutto della mia tenerezza e del mio senso di responsabilità. Attraverso la creazione artistica ti libererai delle troppe lacrime che ti fanno groppo dentro”. Parole che hanno attraversato i decenni del dopoguerra lasciando tracce profonde attraverso quel libro fondamentale che è Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (1952) e che oggi, dopo 75 anni, sono riecheggiate per pochi secondi in televisione su Rai Storia.

Racchiudono un tema che accompagna o dovrebbe accompagnare la riflessione di chi, sotto diversi profili, storico, letterario, appunto artistico, affronti le problematiche della trasmissione della memoria, della conoscenza, del vissuto. La scrittura, la narrazione, il racconto, come strumento e come modalità di pensiero, sono questioni aperte sulle quali si sono sviluppati e sono in corso dibattiti rilevanti che qui sarebbe impossibile anche riassumere. Ricordo solo alcuni titoli italiani interessanti: 1938, storia, racconto, memoria (2018), con una breve ma illuminante introduzione del curatore Simone Levis Sullam e una utile bibliografia; Il passato: istruzioni per l’uso (2006), di Enzo Traverso; Dopo l’ultimo testimone (2009) di David Bidussa; Il filo e le tracce (2006), di Carlo Ginzburg.

La necessità di sciogliere i nodi del continuo rapporto dialettico tra la puntuale narrazione e il metodo scientifico della storia (ma non solo) scaturisce anche dall’esigenza impellente di adeguare ricerca, didattica e comunicazione a nuove generazioni che assimilano il sapere con tempi e modalità in costante mutazione; e dalle conseguenze della scomparsa quasi totale dei testimoni (non a caso) delle persecuzioni del nazifascismo e della guerra di Liberazione. Si pone dunque inderogabile l’elaborazione di sempre più efficaci forme di trasmissione degli studi, in contrasto con le menzogne, i revisionismi, le semplificazioni, le enfatizzazioni. Il “come fare” è un vasto campo aperto e il racconto è solo una delle opzioni possibili. Il rispetto del rigore scientifico, la comparazione e quindi la ricostruzione della realtà dei fatti, un dovere.

Natalia Ginzburg, poco più di 20 anni dopo la lettera del marito, e a seguito di non facili tormenti personali – (I dolori non guariscono mai: però a un certo punto si guardano con distacco. Io non riesco ancora a guardarvi con distacco – 1963) – pubblicava Lessico famigliare, un ritorno alle origini, con una avvertenza: “Luoghi, fatti e persone sono, in questo libro, reali. Non ho inventato niente: e ogni volta che, sulle tracce del mio vecchio costume di romanziera, inventavo, mi sentivo subito spinta a distruggere quanto avevo inventato”.

Quella lettera di Leone Ginzburg, quelle lettere dei condannati a morte restano dunque un passepartout fondamentale per cogliere un racconto profondo e vivo della Resistenza insieme al caleidoscopio ricchissimo di implicazioni e rimandi a esistenze vere, vissute e purtroppo violentemente interrotte. “Io spero (ci conto) che un giorno i miei figli le leggano, le lettere dei martiri dell’antifascismo. Io spero (senza contarci troppo) che le leggano un giorno anche i figli dei miei figli”, scrive Sergio Luzzato.

(wa.f.)

La Sardegna e la guerra di Liberazione (2018)

La Sardegna e la guerra di Liberazione. Studi di storia militare di FrancoAngeli a cura di Daniele Sanna (158 pagine, 20 €), che inaugura la collana “Sardegna contemporanea” promossa dall’Issasco, riporta un mio contributo sull’esperienza del comandante partigiano cagliaritano, Nino Garau. La prima presentazione si è tenuta a Oristano il 25 aprile 2018.

Con i saggi di Francesco Ledda, Giuseppe Manias, Daniele Sanna, Giuseppe Sassu, il volume è incentrato sulla sorte dei militari sardi tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 e sull’apporto da loro fornito alla causa della Resistenza. La presenza e la riorganizzazione di una grande massa di truppe, che dopo l’armistizio ha inciso sulle dinamiche politiche del territorio isolano, apre nuovi scenari di ricerca, sul piano della storia militare, in primis, ma anche riguardo a una più generale lettura delle implicazioni sociali a livello locale. Lo studio dell’Issasco, lungi dall’essere un’indagine esaustiva, intende proporre alcuni spunti di riflessione su questo specifico profilo che saranno ulteriormente scandagliati e sviluppati.

Furono numerosi i reparti inviati dall’isola a combattere al fianco degli Alleati verso la Linea Gustav e la Linea Gotica, mentre molti soldati sardi, che già si trovavano in continente, diedero un contributo decisivo alla Liberazione: sia quelli sbandati, che furono anche vittime della barbarie nazista, come nel caso dei martiri di Sutri, sia quelli che operarono nelle bande partigiane. Le vicende del comandante “Geppe”, Nino Garau, che guidò la brigata “Casalgrandi” nel Modenese, o del colonnello Luigi Cano, che combatté nella Capitale, sono ricostruite nel libro, insieme alla complessa evacuazione tedesca dall’isola e al fatto di sangue di Oniferi sinora mai indagato. Il filo rosso che lega l’antifascismo sardo alla Resistenza è testimoniato dall’alto numero di brigate partigiane dedicate a Gramsci, a dimostrare quanto fosse stretto il legame fra il leader comunista di Ales e il Movimento di Liberazione.

La Collana dell’Issasco intende promuovere un confronto aperto a nuovi contributi di studiosi che si affacciano nell’ampio ambito di indagine sulla Resistenza e sull’antifascismo e sulle articolate specificità storiche e culturali dell’isola. La storia delle donne, la storia militare, dei movimenti, ma anche il dibattito sull’autonomia sarda, sulla programmazione, sull’industrializzazione o sulle tematiche dell’emigrazione, sono alcuni aspetti e contenuti privilegiati di questo progetto editoriale.

(walter falgio)

Pagina Facebook Issasco

Copertina del libro

Scheda libro FrancoAngeli.it

Intervista su MediterRadio Radio Rai di Vito Biolchini 20 aprile 2018 (11’25”)

Servizio su Sardiniapost di Francesca Mulas 24 aprile 2018

Locandina presentazione volume Ales e Oristano

Locandina presentazione volume Oristano 25 aprile 2018

Locandina presentazione volume a Cagliari 18 maggio 2018

Segnalazione di Salvatore Tola su La Nuova Sardegna 28 maggio 2018

Recensione di Luciano Piras su La Nuova Sardegna 29 settembre 2018

Recensione di Fabio Ranucci su Conquiste del Lavoro 3 novembre 2018

Locandina presentazione volume a Iglesias 24 novembre 2018

Recensione di Paolo Pozzato su Italia Contemporanea n. 288 dicembre 2018

Locandina Anpi presentazione volume a Spilamberto (MO) 19 aprile 2019

Locandina eventi 25 aprile 2019 Comune di Spilamberto

Recensione di Valerio Strinati su “Patria Indipendente” 18 settembre 2019

Recensione di Massimiliano Rais su Unionesarda.it 21 gennaio 2020

Libro Issasco, La Sardegna e la guerra di Liberazione

(29 aprile 2018) La Sardegna e la guerra di Liberazione. Studi di storia militare, a cura di Daniele Sanna, per FrancoAngeli editore, è il titolo che inaugura la collana “Sardegna contemporanea” promossa dall’Issasco, presentato in anteprima a Oristano il 25 aprile scorso.

Si tratta di un lavoro collettivo, incentrato sulla sorte dei militari sardi tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 e sull’apporto da loro fornito alla causa della Resistenza. La presenza e la riorganizzazione di una grande massa di truppe, che dopo l’armistizio ha inciso sulle dinamiche politiche del territorio isolano, apre nuovi scenari di ricerca, sul piano della storia militare, in primis, ma anche riguardo a una più generale lettura delle implicazioni sociali a livello locale. Lo studio dell’Issasco, lungi dall’essere un’indagine esaustiva, intende proporre alcuni spunti di riflessione su questo specifico profilo che saranno ulteriormente scandagliati e sviluppati.

Furono numerosi i reparti inviati dall’isola a combattere al fianco degli Alleati verso la Linea Gustav e la Linea Gotica, mentre molti soldati sardi, che già si trovavano in continente, diedero un contributo decisivo alla Liberazione: sia quelli sbandati, che furono anche vittime della barbarie nazista, come nel caso dei martiri di Sutri, sia quelli che operarono nelle bande partigiane. Le vicende del comandante Geppe, Nino Garau, che guidò la brigata “Casalgrandi” nel Modenese, o del colonnello Luigi Cano, che combatté nella Capitale, sono ricostruite nel libro, insieme alla complessa evacuazione tedesca dall’isola e al fatto di sangue di Oniferi sinora mai indagato. Il filo rosso che lega l’antifascismo sardo alla Resistenza è testimoniato altresì dall’alto numero di brigate partigiane dedicate a Gramsci, a dimostrare quanto fosse stretto il legame fra il leader comunista di Ales e il Movimento di Liberazione. Questo, in estrema sintesi, l’oggetto degli scritti di Francesco Ledda, Giuseppe Manias, Daniele Sanna, Giuseppe Sassu, oltreché del sottoscritto.

La Collana dell’Issasco, il cui comitato scientifico è diretto da Alberto De Bernardi e da Francesco Soddu, intende promuovere un confronto aperto a nuovi contributi di studiosi che si affacciano nell’ampio ambito di indagine sulla Resistenza e sull’antifascismo e sulle articolate specificità storiche e culturali dell’isola. La storia delle donne, la storia militare, dei movimenti, ma anche il dibattito sull’autonomia sarda, sulla programmazione, sull’industrializzazione o sulle tematiche dell’emigrazione, sono alcuni aspetti e contenuti privilegiati di questo progetto editoriale.

(walter falgio)

Copertina del libro

Scheda FrancoAngeli.it

MediterRadio Radio Rai di Vito Biolchini (11’25”)

Sardiniapost di Francesca Mulas