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Ibn Battuta
Ibn Battuta
La Sardegna cristiana del Marco Polo d’Oriente
L'Unione Sarda - Domenica, 13 Aprile 2008

Viaggiatore arabo del XIV secolo

Partito a cavallo da Tangeri nel 1325, Ibn Battuta aveva deciso di raggiungere la tomba del profeta Maometto. All’epoca era un ventenne appartenente a una famiglia di notabili e giuristi. Come ogni pio musulmano deve fare almeno una volta nella vita, anche Ibn Battuta si era messo in cammino per La Mecca e Medina. Ma il giovane viaggiatore non si era limitato a rendere omaggio ai luoghi santi dell’Islam. Aveva intrapreso una spedizione per il mondo musulmano conosciuto che sarebbe durata ventotto anni. Africa, Medio Oriente, India, forse Cina sino alla lontanissima Canton. E nel 1349 anche l’isola cristiana di Sardegna che apparentemente non gli riservò una buona accoglienza.

Ibn Battuta è considerato il più grande viaggiatore arabo del medioevo. Il Marco Polo d’Oriente, sebbene visitò molti più Paesi del suo predecessore veneziano. «Poi da Tunisi ripresi il mare con dei catalani e raggiungemmo l’isola cristiana di Sardegna ». Così riportava il compilatore dei diari di viaggio di Ibn Battuta recentemente pubblicati da Einaudi a cura di Claudia Tresso. Le gesta dell’esploratore marocchino sono state rievocate venerdì scorso a Cagliari nell’aula magna della facoltà di Scienze Politiche durante la presentazione del volume di Annamaria Baldussi, Patrizia Manduchi e Nicola Melis, “Le mille e una strada Viaggiare pellegrini nel mondo musulmano” (Franco Angeli, 246 pagine, 20 euro).

All’incontro promosso dalla Sezione di Studi africani e orientali del Dipartimento storico politico dell’Università ha partecipato Claudio Lo Jacono, docente di Storia del Vicino Oriente islamico. Ibn Battuta continua il racconto del suo sbarco in Sardegna. «Un’isola cristiana dotata P di un porto straordinario, tutto circondato da grandi travi in legno e con un’entrata simile a una porta che viene aperta solo quando se ne dà il permesso ». Una simile descrizione non può che corrispondere al porto di Cagliari. Anche se il viaggiatore arabo non cita mai la città, gli studiosi sono concordi nel ritenere che si tratti di Cagliari.

La celebre veduta prospettica di Sigismondo Arquer pubblicata nel 1550 nella Cosmographia Universalis di Sebastian Munster, aiuta a capire. Arquer disegnava il porto di Cagliari circondato proprio da una palizzata. Porto che nel Cinquecento conservava ancora le strutture medievali. «Sull’isola sorgevano diverse fortezze ed entrati in una di queste vedemmo che ospitava diversi mercati», si legge nel diario. Era la Cagliari catalano - aragonese, importante scalo commerciale della cosiddetta "rotta delle isole" che collegava Barcellona con il Levante attraverso Baleari, Sardegna e Sicilia. Ma a questo punto della descrizione, Ibn Battuta rivela la cattiva accoglienza che i sardi gli avevano riservato: «Io feci voto all’Altissimo che avrei digiunato per due mesi consecutivi se ci avesse fatti ripartire sani e salvi, perché avevamo saputo che gli abitanti dell’isola avevano intenzione di inseguirci non appena fossimo usciti, per farci prigionieri».

Il diario di viaggio non chiarisce che cosa sia capitato a Cagliari. La studiosa del mondo musulmano Patrizia Manduchi conferma che non sappiamo e non sapremo se «ci fosse nell’aria qualche tentativo di rapimento dell’illustre ospite e dei suoi accompagnatori». Ibn Battuta è costretto a una fuga repentina. «Uno smarrimento che raramente si può riscontrare nelle pagine del racconto di venticinque lunghi anni di viaggi», continua Manduchi. Dopo aver resistito a incredibili peripezie, naufragi, deserto, epidemie, assalti di briganti e pirati, Ibn Battuta si rimette nelle mani di Dio per salvarsi dai sardi.

L’unica incursione nel mondo cristiano gli era stata fatale. «Comunque ne venimmo fuori vivi - rassicura il viaggiatore - e dopo dieci giorni giungemmo a Tanas», sulla costa Algerina. Ibn Battuta non è l’unico protagonista dei racconti di viaggio musulmani, genere letterario che va sotto i nome di "rihla", ad essere sbarcato in Sardegna. Manduchi nel suo saggio pubblicato in “Le mille e una strada” svela anche la storia di Ibn Jubayr che nel 1183 a causa di una tempesta si imbatté in Capo San Marco. «In questo porto si vedono delle vestigia antiche che sono state abitate, ci dissero, da Giudei».

L’arabo partito da Granada aveva davanti a sé la città di Tharros. E come successe a Ibn Battuta, l’impatto con la Sardegna non fu edificante: «Un musulmano che conosceva la lingua del luogo scese a terra con un gruppo di cristiani per recarsi presso le abitazioni più vicine. Ci disse di aver visto circa ottanta prigionieri musulmani, uomini e donne, che venivano venduti al mercato ». Lo sconcerto di Ibn Jubayr fu grande al punto tale da invocare: «Che Dio stermini questi cristiani».

Una delegazione degli arabi all’ancora nel Golfo di Oristano incontrò anche un sovrano giudicale. «Il colloquio durò a lungo, poi il sovrano si ritirò nel suo palazzo ». E, sempre come Ibn Battuta, anche Ibn Jubayr salpò sano e salvo dalla Sardegna senza che alcuno gli torcesse un capello: «Dio ci aveva permesso di fuggire ai pericoli del mare che bagna le coste della Sardegna poiché quella fu la parte più difficile della nostra traversata e spesso impossibile da superare. Che Dio ne sia lodato! ».



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