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Alleati entrano in una cittą liberata
Alleati entrano in una cittą liberata
Il capolavoro sospeso del tenente Giaime Pintor
L'Unione Sarda - Domenica, 09 Dicembre 2007

Giaime Pintor, a sinistra seduto sul tavolo, con Felice Balbo (a destra) nel 41-42

La morte di un fratello non si dimentica. Sono passati 64 anni dal giorno in cui Giaime Pintor è caduto in un campo minato tedesco. Ma la sorella Antonietta rievoca ancora con fatica i «tristissimi» particolari di quel ricordo. «Sapemmo tutto solo il 18 settembre 1944». Giaime morì il primo dicembre dell’anno prima a Castelnuovo al Volturno mentre cercava di raggiungere i gruppi partigiani del Lazio. «Avevo 15 anni e non posso pensare a lui senza pensare a Luigi che fu particolarmente segnato dalla fine del fratello.Tenne la notizia per sé tutto il giorno, senza avere il coraggio di parlarne con la famiglia. Poi, alla fine, disse tutto ». La mattina del 12 settembre ’43 Giaime lasciava Roma diretto al Sud. «Lo avremmo rivisto - così aveva detto salutandoci - entrare in città sul primo carro armato alleato, con braccio alzato in segno di vittoria». Antonietta è stata invitata a Cagliari in occasione della presentazione della prima biografia su Giaime Pintor.

Giovedì scorso alla Biblioteca Universitaria, su iniziativa dei dipartimenti storici degli atenei di Cagliari e Sassari e dell’Istituto sardo per la Resistenza, i docenti Claudio Natoli, Gian Giacomo Ortu e Albertina Vittoria hanno illustrato “Il costante piacere di vivere Vita di Giaime Pintor”, lavoro della giovane ricercatrice Maria Cecilia Calabri appena pubblicato dalla Utet (639 pagine, 24 euro). Difficile riassumere la complessa personalità dell’antifascista, intellettuale dalle origini familiari cagliaritane, Giaime Pintor.

Molto più facile etichettarlo, così come è consuetudine, nel novero dei personaggi-eroi della Resistenza. Mancato giovanissimo, a 24 anni, nell’estremo tentativo di giocarsi tutto in guerra. «Parto in questi giorni per un’impresa di esito incerto », scriveva Giaime tre giorni prima di morire in una celebre L lettera al fratello Luigi, giornalista, scrittore, fondatore del quotidiano “il manifesto”. «Ho accettato di organizzare una spedizione con un gruppo di amici. È la conclusione naturale di quest’ultima avventura, ma soprattutto il punto di arrivo di un’esperienza che coinvolge tutta la nostra giovinezza». Pintor aveva deciso di passare le linee, consapevole di essere giunto a una svolta.

Una fase della sua giovinezza si sarebbe chiusa nello stesso momento in cui si fosse presentato al banco di prova della guerra. Spesso sottovalutato e misconosciuto, l’itinerario sofferto e difficile seguito da Giaime per giungere al confine della sua esistenza finalmente riemerge con innumerevoli sfaccettature dalla ricerca della Calabri. La figura mitica del giovane eroe, oggetto di interpretazioni talvolta deformanti, lascia posto ora a una visione più complessiva, indagine attenta anche sul travaglio di una generazione attraverso l’Italia tra le due guerre.

Come ha ricapitolato lo storico Claudio Natoli, «la vita di Giaime Pintor fu stranamente sospesa, in attesa di orientarsi». Una vita agiata, contornata dai privilegi della borghesia nella casa romana dello zio Fortunato, insigne bibliologo e bibliotecario, allora direttore della biblioteca del Senato e del Dizionario biografico degli italiani. Sarà proprio la sua condizione di privilegio a far maturare in Giaime un profondo disagio al punto tale da chiedere di essere inviato al fronte, anche come ufficiale di collegamento con le truppe tedesche. La distanza di Pintor dalle ideologie e dai fanatismi è sempre molto marcata.

Elegante e tagliente, ricorderà sovente come la sua generazione cresciuta sotto il fascismo sia stata impossibilitata ad avere maestri. Sarà vicino ai comunisti romani come Lucio Lombardo Radice in procinto di darsi alla clandestinità. Ma forse la cifra più intensa e raffinata della sua sensibilità intellettuale Giaime la esprimerà nella letteratura. Comincia giovanissimo le sue collaborazioni a riviste come “Campo di Marte” o “Primato” e traduce dal tedesco Rainer Maria Rilke.

Antonietta sfoglia spesso la prima edizione di quelle traduzioni del ’42 con la copertina grigio perla: «Così l’aveva voluta Giaime e non mattone come Einaudi l’aveva pensata». L’incontro con Giulio Einaudi segnerà un altro passaggio fondamentale nella maturazione culturale di Pintor. Durante la frequentazione della casa editrice torinese incrocerà personaggi come Cesare Pavese e Felice Balbo.

Enormi stimoli e suggestioni investiranno Giaime nel brevissimo spazio della sua maturità. «È incredibile quanto questo giovane intellettuale abbia prodotto in così pochi anni», sottolinea Gian Giacomo Ortu. «È indubbio che parte del suo percorso formativo sia stato influenzato dall’esperienza romana, ma», continua Ortu «non è da sottovalutare il fatto che Pintor sia l’ultimo rampollo di una famiglia di intellettuali affermatasi in Sardegna tra ’700 e ’800».

Questo porta a pensare che Giaime Pintor sin dalla giovanissima età non fosse totalmente estraneo a un rilevante patrimonio culturale familiare. «Le sue traduzioni di Carl Schmitt dimostrano questa antiveggenza assolutamente straordinaria», aggiunge Ortu, «tenendo conto che l’autore tedesco arriverà in Italia molto più tardi». Ai funerali di Pintor a Castelnuovo al Volturno, centro oggi immerso nel Parco d’Abruzzo, presero parte molti contadini. Una foto straordinaria nel libro della Calabri lo testimonia. «I contadini lo sentivano come uno dei loro morti», dice Albertina Vittoria, «come un caduto per la libertà che aveva combattuto anche per la loro libertà il tempo di una notte».



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