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Mussolini in Germania visita le divisioni repubblichine
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Le stragi dimenticate
L'Unione Sarda - Sabato, 20 Ottobre 2007

Manifesti affissi nell’Italia del Nord dai repubblichini.

Raccontare la storia a pezzi, senza chiarire chi c’è prima e chi dopo, non sembra il metodo migliore per giungere a un buon risultato. Non occorre essere specialisti per intuire che estrapolare e selezionare alcune parti dal contesto, ignorandone volutamente delle altre, può essere piuttosto un buon metodo per offuscare la memoria. O peggio, servire ad avvalorare tesi altrimenti insostenibili. Nel cominciare a pensare il libro L’ombra nera, presentato giovedì scorso a Cagliari a cura della Fondazione Siotto e pubblicato da Mondatori (223 pagine, 18 euro), lo storico torinese Gianni Oliva si è posto prima di tutto questo problema: «Perché nel 2007 si scrive un libro sulle stragi commesse dai nazisti e dai fascisti in Italia nel 1943-45?».

La risposta, per sua stessa ammissione, è sostanzialmente banale: «Perché a forza di parlare dei fascisti uccisi dopo il 25 aprile, si stanno dimenticando tutti quelli che del fascismo e del nazismo sono stati vittima "prima" di quella data». Per entrare subito nel cuore della questione, ecco l’esempio che lo stesso Oliva (introdotto dalle relazioni di Luciano Marrocu,Aldo Accardo e Gianni Filippini) riporta al pubblico di studenti. Il 3 maggio del 1945 Giuseppe Durando, podestà in fuga di Cumiana, piccolo paese della provincia, viene scovato nel suo nascondiglio torinese da un gruppo di partigiani delle Squadre d’azione patriottiche. Quasi tutti operai della Fiat Lingotto. «Con un cartello appeso al collo - sono un criminale di guerra - viene fatto girare per la città sul cassone di un camion», scrive Oliva. Poi i partigiani si dirigono verso la vicina Cumiana. In pochissimo tempo il piccolo paese è in subbuglio. Si sparge la voce che Durando è stato catturato e si trova proprio nella piazza principale. "L’ultimo fascista cumianese" è davanti ai suoi compaesani.

L’istinto porta subito alla resa dei conti. Dopo un processo improvvisato la rabbia popolare si scatena. E a martoriare letteralmente il fascista ci pensano le donne di Cumiana, "con forbici taglienti e zoccoli sbattuti in faccia". Durando viene strappato dalle grinfie della folla furiosa e portato nel vicino ospedale. Nonostante da Pinerolo arrivi l’ordine, non confermato, di sospendere l’esecuzione, l’ex podestà è di nuovo nelle mani dei partigiani armati. Questi decidono per l’esecuzione e finiscono il nemico sparando raffiche di mitra sul corpo agonizzante.

Questo spicchio di storia, raccontato così, induce con molta probabilità il lettore a solidarizzare con il povero fascista. A detestare le donne indiavolate e violente. A non capire perché, una piccola comunità della provincia torinese, si scagli in quel modo bestiale contro un uomo solo e indifeso. E poi decida di ucciderlo, senza pietà. Ma se, tornando indietro, allo spicchio si aggiunge il contesto, le cose cambiano.

La notte tra il 31 marzo e il 1° aprile del 1944, una formazione partigiana comandata da Nino Criscuolo prende alla sprovvista un gruppo si "SS" italiane e riesce a debellarlo. In meno di mezz’ora i partigiani portano a termine un’azione esemplare riuscendo a portarsi dietro 34 prigionieri, 32 italiani arruolati con i tedeschi e due sottufficiali del Reich. Poche ore dopo Cumiana è occupata dai reparti tedeschi e della Repubblica di Salò. I militari con la svastica entrano nelle case, bruciano tutto quello che trovano con i lanciafiamme e rastrellano i paese. Ogni uomo è preso in ostaggio.

L’angoscia più nera cala sulla piccola comunità di agricoltori e operai. «Eravamo nelle loro mani, potevano farci quello che volevano, deportarci in Germania, impiccarci sulla piazza, torturarci per farci confessare cose che nessuno di noi sapeva», ricorda un maestro elementare. Il podestà Durando, forse l’unico in grado di poter trattare con i tedeschi, è già scappato da giorni. «Avvertito di quanto succede a Cumiana il 1° aprile, Durando non prende iniziative e non si mette in contatto con le autorità fasciste torinesi», ricostruisce Oliva. Il 2 aprile i tedeschi dettano le condizioni: «Restituzione immediata e incondizionata dei trentaquattro prigionieri, insieme agli R autocarri e all’armamento individuale, pena l’esecuzione di tutti gli ostaggi». Si insatura una trattativa affidata al medico condotto del paese.

Ma i tedeschi e i militi della Repubblica sociale non aspettano l’esito del confronto. Alle 14 del 3 aprile 1944, gli ostaggi civili sono scortati dietro l’angolo di una cascina. Sono 58 uomini destinati al massacro. Un sottufficiale tedesco afferra gli ostaggi a gruppi di tre e comincia l’esecuzione come se fosse in una catena di montaggio. Qualche ostaggio si salva, un altro è graziato perché l’arma si inceppa. Il bilancio finale conta 51 morti ammassati sull’aia. Senza ragione apparente, mettendo in moto un terrore casuale e devastante, i militari tedeschi decidono di fare fuori decine di persone dalla mattina alla sera.

Il paese è sconvolto. «In un borgo di 4mila anime un simile eccidio tocca tutti da vicino», continua Oliva. Nessuno si può sentire estraneo alla morte. Il disorientamento, il dolore e poi una rabbia di fuoco, spazzano ogni cumianese. Soprattutto le donne che si trovano da un giorno all’altro senza mariti, figli, padri. Le "SS" italiane catturate dai partigiani saranno liberate. Tornando al ’45 e alla resa dei conti, al linciaggio di Durando, i contorni cambiano, lo scenario è diverso. I rapporti di causa-effetto sono più chiari. È vero che il podestà non avrebbe probabilmente subito condanne pesanti se fosse stato sottoposto a regolare processo. Ma il contesto spiega le reazioni del paese. Il "prima" riemerge e svela il "dopo".

«Sia chiaro, si tratta di un prima che non assolve il dopo"», sottolinea Oliva, un prima «indispensabile per comprendere comportamenti e attitudini di massa altrimenti inspiegabili». Perché correlare i fatti rispettando un ordine cronologico, «non significa giustificazionismo». Uno degli obiettivi critici di Gianni Oliva è rappresentato dalle ultime pubblicazioni del giornalista Giampaolo Pansa. Lavori importanti, in quanto finalizzati a «sdoganare un capitolo della nostra storia per decenni ignorato », premette Oliva. Ma viziati da un limite. Raccontare le esecuzioni di cui si sono resi responsabili i partigiani nella primavera del ’45, raccontare i processi improbabili, la spettacolarizzazione della morte, il furore sfrenato, senza spiegare il perché.

Senza ricordare che a Marzabotto e a Sant’Anna di Stazzema sono morti 10mila civili per mano nazifascista. Che 7mila ebrei italiani sono stati deportati. Omettendo che la guerra non finisce mai con un atto ufficiale ma si trascina nella pace, nella zona grigia, in una dimensione dove nessuno può definirsi "normale". Parlare del "sangue dei vinti" senza spiegare chi erano realmente, non è un buon metodo per capire la storia.



pdf L'articolo nella pagina dell'Unione Sarda
Commenti inviati
diego ha scritto Venerdi, 17 Agosto 2012 alle ore 15:03

bravo oliva, ho letto il libro, coerente e chiaro ce ne fossero di scrittori cosi´

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