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Miniera di Planu Sartu
Miniera di Planu Sartu
La storia riempie la Vasca da Bagno
L'Unione Sarda - Venerdi, 24 Agosto 2007

antichi scavi di Planu Sartu (foto concesse dal Parco geominerario della Sardegna)

A Buggerru tutti lo chiamano "vasca da bagno". È uno scavo ciclopico a forma di catino, largo 350 metri, sul ciglio di una scogliera bianchissima. I primi a esplorare la roccia calcarea affacciata su Capo Pecora e Cala Domestica furono i minatori di una società chiamata "La fortuna". La febbre da eldorado scoppiò nell’Ottocento, alla ricerca prima del piombo argentifero e poi della calamina da cui estrarre lo zinco. Nacque così, nel 1865, la miniera di Planu Sartu, sul Salto di Gessa nel territorio di Buggerru. Oggi il gigantesco solco, attorniato da un cimitero di case, toglie il fiato. Avvicinarsi è vietato, avvisano cartelli e recinzione. Ma anche al di là della rete l’insolita attrazione di questo girone dantesco non perde intensità.

Qui i tecnici del Parco Geominerario in accordo con le amministrazioni locali stanno studiando un percorso in tutta sicurezza che valorizzi un secolo di manufatti minerari e riporti alla luce gli scavi più antichi. Come è stato già fatto per esempio nell’Isola d’Elba, dove l’anno scorso 22mila turisti hanno visitato le immense miniere di ferro a cielo aperto. Nella vasca da bagno tutto è fermo dal 1956, da quando il trenino di Planu Sartu che attraversava la Galleria Henry interruppe la sua corsa. Si sa che il trenino nel frattempo è rinato. Prenotando la visita tramite l’Igea, oggi si può percorrere il tracciato industriale a bordo dei piccoli vagoni. Il convoglio trainato da una locomotiva a vapore proveniente da Buggerru proseguiva oltre il piazzaletto di sosta a picco sul mare e raccoglieva il minerale trasportato dal fondo dello scavo con un sistema di tramogge.

Crolli e smottamenti sul bordo della falesia hanno cancellato per sempre i resti di quello che doveva essere un impianto ardito. Vapore, rotaie, frastuono e quell’"on- A data di congegni" di cui racconta lo storico Thomas Ashton a proposito della rivoluzione industriale, agitavano le antichissime rocce iglesienti tra Otto e Novecento. E Buggerru, con l’elettricità e le strade ferrate, assurgeva a centro di prim’ordine nella geografia dell’epopea mineraria. Lo scavo di Planu Sartu è attraversato da faglie profonde. Sono punti di frattura naturale che avvertono di uno scivolamento della roccia verso la miniera. Pane quotidiano per i geologi. Tutt’attorno mucchi regolari di ciottoli calcarei sembrano muretti a secco. In realtà si tratta dei vecchi percorsi dei vagonetti Decauville trainati a forza di braccia. Le piramidi di pietra più alte sono state invece scrupolosamente innalzate dai minatori con gli scarti di lavorazione per recuperare spazio prezioso.

Restano lì a rappresentare un monumento a una fatica in apparenza archeologica. La grande vasca sprofonda per 50 metri. Il vuoto smisurato e gli arbusti conquistano la scena. Sulle pareti dello scavo più lontane dalla scogliera si distinguono come in un plastico sfondato antiche fosse. Affiorano aperture più regolari di coltivazioni ottocentesche. Sono gallerie e armature di legno che pendono nel vuoto come se la miniera fosse stata sezionata con un bisturi. Degli impianti che dal fondo convogliavano il minerale sul trenino, non c’è traccia. Quando agli inizi del Novecento la produzione raggiungeva l’apice con 10mila tonnellate di calamina all’anno, la eco di perforazioni e cedimenti doveva essere assordante.

Tutto il materiale estratto doveva essere convogliato alle laverie di Buggerru per il trattamento. All’epoca il villaggio di Planu Sartu contava ben 2750 abitanti, uno spaccio, la scuola. Quando, attraversando la strettissima lingua di roccia che separa lo scavo dal mare, si rivolge lo sguardo verso l’orizzonte, ecco ciò che non si aspetta. Un enorme lentisco indica la direzione. La discesa verso la scogliera a picco sull’azzurro. È la vecchia scala dei minatori che collegava ai livelli inferiori dello scavo.

Dal Geominerario promettono che questo percorso sarà presto recuperato e reso agibile. Al momento non ci si può accedere, lo si vede in lontananza e lo si conosce solo dai racconti. Gradoni scolpiti addossati alla parete strapiombante sono sepolti dalla vegetazione. La china si interrompe su piccoli slarghi davanti alla bocca di una galleria. Dall’estremità opposta del tunnel filtra un bagliore: è l’uscita verso lo scavo, l’altra parete della sottile striscia di roccia piantata tra la vasca da bagno e il mare. Quaranta metri sotto, onde e faraglioni, davanti il buio della miniera. I lavoratori usavano questi tunnel per scaricare i materiali sterili a mare. Sino a trent’anni fa dentro gli anfratti si cercavano ancora, invano, vene di minerale.

Dall’altopiano a Buggerru ci sono pochi chilometri. A un tiro di schioppo è anche l’incantevole spiaggia di Cala Domestica con i suoi reperti di archeologia industriale sotto la torre spagnola. La grande vasca, oltre a sprigionare il suo fascino ruvido e meccanico, racconta anche storie di lotta e sacrificio. È proprio da qui, dal villaggio di Planu Sartu, che il 3 settembre 1904 scoppiò la rivolta contro le inumane condizioni di lavoro imposte ai minatori. Rivolta che il giorno dopo, a Buggerru, ebbe i suoi martiri. Felice Littera, Salvatore Montixi, Giustino Pittau e Giovanni Pilloni, uccisi dai soldati chiamati a sedare le prime agitazioni della storia operaia italiana.



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