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L’anatema si fa cultura
L'Unione Sarda - Sabato, 14 Aprile 2007

Canonici in cattedrale, un’acquaforte di Carmelo Floris

Capitò intorno al 1850 che tutti gli abitanti di Masullas, paesino dell’Alta Marmilla, fossero fulminati dalla terribile scomunica di Predi Antiogu. In questi casi la chiesa era parata di nero, i ceri gialli riservati ai giorni di gran dolore sostituivano quelli bianchi. Le campane suonavano a lutto tutto il giorno e tutta la notte terrorizzando il villaggio. «Non è facile descrivere lo spavento che regnava tra il popolo. Dovunque si attendeva con un vago terrore, con un’angoscia mortale, la sentenza che doveva togliere i colpevoli dal numero dei cristiani », descrive in Pastori e banditi Emmanuel Domenech riferendosi a un episodio accaduto a Putifigari. Il prelato aveva il potere di diffondere nella piccola comunità una pesante aria inquisitoriale con sadismo e premeditazione, sferrando dal pulpito orribili maledizioni.

Ma la causa di una simile pena, nella vicenda di Masullas, non è legata a indicibili fatti delittuosi. Il religioso commina l’estremo castigo perché lui stesso ha subito un furto di bestiame. Sono sparite «dodici capre, quattro pecore figliate, tre pecore da latte». E ancora, un agnellino e tre caproni. Sui colpevoli dovranno cadere i peggiori anatemi. L’elenco di questi è lungo e colorato con tutta la fantasia popolare possibile: «Per tutto ciò che avete fatto, che tutti i cani da cortile vi corrano dietro e vi raggiungano dove siete». Che i ladroni siano bruciati vivi da una passata di tuoni, che crolli la loro casa, che siano costretti a camminare in ginocchio, che siano lapidati, sbranati dai cani, storpiati sulla strada. E addirittura: «Ogni volta che andate a cercare donna altrui, come i cani accoppiati rimaniate tutti e due». Sa scomuniga di Predi Antiogu arrettori de Masuddas è passata alla storia perché è un’opera letteraria in lingua sarda di pregio e di larga diffusione sin dalla fine dell’Ottocento. Pubblicata anonima per la prima volta nel 1879 dalla Tipografia del Corriere di Sardegna è arrivata sino a oggi nella recente edizione critica curata da Antonello Satta per S’Alvure. Perfino Antonio Gramsci in una lettera dal carcere alla mamma del 27 giugno 1927 chiedeva che gli fosse spedita «la predica di fra’ Antiogu a su populu de Masuddas».

Il grande intellettuale suggerisce alla madre di acquistare il libro a Oristano, nella tipografia di Patrizio Carta: «Poiché ho tanto tempo da perdere, voglio comporre sullo stesso stile un poema dove farò entrare tutti gli illustri personaggi che ho conosciuto da bambino. Mi divertirò molto e poi lo reciterò ai bambini». Pare che Sa Scomuniga non arrivò mai a Gramsci. In compenso gli fu recapitata la predica di predi Poddighi, «che non è molto divertente. Certo non c’è l’umorismo fresco e paesano di quella al “populu de Masuddas”», commenta, ricordando a memoria interi brani dell’opera. Ma la notorietà della Scomunica è provata anche da un saggio del linguista Max Leopold Wagner che riporta il testo in sardo da un’edizione del 1892, «correggendone soltanto l’interpunzione e accorciandolo di ventuno versi che gli risultano incomprensibili e poco importanti», sottolinea Antonello Satta. Wagner nella sua opera del 1942 definisce la Scomunica un “monumento psicologico” dalla vis comica irresistibile. I giudizi sull’opera continuano a essere positivi anche negli attuali lavori critici.

Considerata uno dei migliori poemi in lingua sarda, Sa Scomuniga trasmette soprattutto una profonda conoscenza della cultura popolare. L’anonimo autore «non è un poeta estemporaneo che si affida all’imitazione della poesia colta», spiega sempre Satta, ma è «un intellettuale raffinato che riesce a portare la poesia popolare nell’ambito della dignità artistica ». Dentro lo scritto ottocentesco dunque non si colloca soltanto la precisa denuncia del furto di bestiame e le impressionanti maledizioni per i responsabili del misfatto, ma si agita pure una comunità contadina vista dal basso. Riemerge la quotidiana fatica e le profonde miserie di un villaggio C della Marmilla in una Sardegna tardivamente arcaica. Per il prete infuriato i masullesi sono tutti «ladruncoli come il gatto, invidiosi dell’altrui, poltroni come il cane. E quello che sembra più tonto, coglie la mosca in aria». Un popolo “sfortunato, temerario e prepotente”.

Lo stesso don Antiogu è ingiustamente accusato da questi sconsiderati di indugiare spesso «a casa di comare Prudenzia a fare la siesta». I passaggi sulla spudoratezza delle donne sono tra i più divertenti. Le signorine di Masullas non perdono la decenza «solo quando vanno a Cagliari come domestiche», ma si comportano allo stesso modo anche in paese. Tanto che «totu su logu e’ pringiu, e accanta de iscioppai». Ma le ire di Antiogu probabilmente non scossero più di tanto i birichini masullesi. Anche perché si trattava di una comunità combattiva e coraggiosa. Già sul finire del Settecento durante i moti angioiani, il paese si leva contro il suo barone e contro i privilegi di cui godono nobili ed ecclesiastici. Il popolo denuncia come eccessivi quasi tutti i tributi pretesi dal feudatario, il marchese di Quirra, per la coltivazione dei terreni e per il pascolo del bestiame. Nel pieno della “sarda rivoluzione” a Masullas si respira l’aria della sommossa contro le ingiustizie feudali.

La scomunica perciò non avrebbe sortito grandi timori e per di più si sarebbe potuta interpretare come una delle frequenti e abituali levate di scudi contro gli abigeatari. Lo storico Lorenzo Del Piano ha ricostruito il contesto nel quale si inquadra il poema del vicario masullese. «Nella Scomuniga non saremmo alieni dal cogliere echi risorgimentali, né dal ravvisarvi qualche riferimento a noti episodi degli anni ’50 e ’60 dell’Ottocento, quali la scomunica fulminata da monsignor Emanuele Marongiu Nurra, arcivescovo di Cagliari, nel corso delle operazioni preliminari all’abolizione delle decime».

È il clima della diatriba tra Stato e Chiesa attorno all’annullamento delle celebri imposte sul frutto delle terre. È il clima delle scomuniche di Pio IX contro tutti coloro che avevano varcato Porta Pia, partecipato al processo risorgimentale e alla spoliazione della Chiesa di Roma. Compreso il re dell’unità Vittorio Emanuele II. Anche se sul letto di morte ricevette comunque il conforto dei sacramenti. Placati gli animi e rinfoderate le spade, le umoristiche invettive del fumantino Antiogu hanno attraversato i secoli. Ora sono pure su Internet, sul sito Prediantiogu.it, e sono diventate il simbolo di una comunità che vuole investire in cultura e promuovere la propria identità.



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Commenti inviati
SECONDO CASU ha scritto Domenica, 04 Marzo 2018 alle ore 15:57

Bellissima invettiva camuffata da scomunica. Si prendono di mira tutti i ceti sociali, compresi i preti. Ma i commentatori hanno dimenticato che Masullas appartiene alla regioncina "Parte mòntis" e non Marmilla che si trova a est, dopo la Giara di Siddi. La stessa attuale "Alta Marmilla" in realtà dovrebbe essere chiamata "Parte Usellus".

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