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Una vita da sbirro (sardo) nell’Italia del terrore
L'Unione Sarda - Lunedi, 23 Ottobre 2006

Pattuglia in servizio a Milano

Attraversare gli anni di piombo a Milano, in forza alla III sezione antiterrorismo della Digos, senza sparare un colpo e senza rimetterci la pelle, è stata la grande impresa di Claudio Bachis, “sbirro” di professione, come semplicemente ama definirsi. L’agente Bachis ha appena compiuto 50 anni, di cui 31 passati in polizia. È uno dei tanti che appena maggiorenne, con poche alternative, da Siliqua ha imboccato la strada dell’arruolamento. Il balzo dalla profonda provincia al centro metropolitano non ha avuto certo un atterraggio morbido ma ha proiettato Bachis nel cuore della barricata. A tu per tu con scampoli di storia italiana, come quel giorno di aprile del 1981 in via Varanini, poco distante dalla stazione centrale di Milano, quando “lo sbirro” catturò il brigatista Mario Moretti.

Senza l’accompagnamento di boatos e ballerine, qualche giorno fa Bachis ha fatto sapere in giro che è stato pubblicato il suo primo libro. La sua onesta memoria su questi sei lustri trascorsi pericolosamente. Il titolo, appunto, è Vita da sbirro (Robin Edizioni, 129 pagine, 8 euro), con la prefazione dell’ex ministro della Giustizia Oliviero Diliberto: “Adesso è facile, si dirà, parlar bene da sinistra delle forze dell’ordine. Ma allora, negli anni di cui parla Bachis in questo libro, quello era un argomento tabù”. E aggiunge: “La sinistra non pensa più – salvo qualche caso isolatissimo – che i poliziotti siano sbirri cattivi”.

Anche perché Bachis non è certo il prototipo di uno sbirro cattivo. Dalla lettura del libro traspare tutt’altro. Fate le premesse d’obbligo, “sono un servo dello Stato, e come tale ho un sacco di nemici”, Bachis rovescia immediatamente il mito televisivo del superpoliziotto, non separando mai il ruolo dalla personalità e dalla sua critica visione delle cose: “Cercavo di capire il motivo e il perché della scelta della lotta armata. Più volte ho pensato che se non fossi stato uno sbirro probabilmente avrei potuto essere dall’altra parte della barricata. E non venitemi a dire che i brigatisti erano manovrati dai Servizi”. Meglio Camilleri del “Distretto di polizia”, meglio definirsi con Pasolini, “figlio del proletariato”, in guerra con ordinaria desolazione e disoccupazione cronica. Diventare guardia di pubblica sicurezza nel ’76 significava “alloggiare in una camerata con otto colleghi” e fare la doccia all’aperto: “Di fronte alla mia Com- A pagnia, la Seconda, sorgeva una fabbrica e tutte le sere si sentivano acri odori di sostanze chimiche mischiate alla nebbia”.

I miti di Bachis, ragazzo poliziotto, sono Che Guevara e Bob Marley, ma pure Enrico Berlinguer ed Emilio Lussu. Icone scomode in caserma, allora più che mai. La riforma della polizia dell’81 era ancora lontana e la sola immagine dell’Ernesto rivoluzionario poteva sortire brutti effetti: “Un pomeriggio un pazzoide in divisa da poliziotto, infuriato per un poster del Che appeso alla parete della camerata, impugnò l’arma in dotazione e sparò un colpo che andò fuori bersaglio”. Mettere d’accordo tensione civile e spirito critico con la divisa, all’agente di Siliqua è costato non fare carriera e subire trasferimenti.

Ma Bachis i galloni li guadagnerà sul campo. Il 4 aprile 1981 alla questura di Milano arriva la soffiata che Mario Moretti, super ricercato delle Br, si trova in città: “Alle 14,30 Moretti e Senzani vengono avvistati e pedinati, fiancheggiano via Venini, proseguono per via Varanini, finché ce li troviamo di fronte”. Il poliziotto sardo si stacca dal gruppo dei colleghi, aggancia Moretti per le braccia, “c’è una breve colluttazione e lui ha la peggio, sanguina dal naso. Gli viene sfilata una Browning calibro 9”. In questura Bachis tenta di scusarsi con Moretti per il cazzotto, “ma lui, educatamente e freddamente, mi fa capire che non era sua intenzione aprire bocca”. Gli agenti impegnati nell’arresto dei brigatisti furono premiati con trecentomila lire.

Nel 1987 Bachis tornò in Sardegna: prima alla questura di Oristano e poi a Cagliari. Nel ’90 si mischiò agli universitari della Pantera e in assemblea votò a favore dell’occupazione. I tempi di Milano erano lontani anni luce. Vita da sbirro è dedicato ai poliziotti caduti negli anni del terrorismo, ma anche “ai morti che stavano dall’altra parte della barricata”.



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