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Castelsardo
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Così il fumo delle torri sarde fermò le incursioni dei mori
L'Unione Sarda - Sabato, 09 Settembre 2006

Torre Grande

Torri costiere e castelli di Sardegna superstar. Oggi in onda su RaiUno (Lineablu ore 14), questa estate in edicola con un quaderno allegato a Darwin, prestigioso bimestrale di scienze finanziato dalle fondazioni Veronesi e Tronchetti Provera. E poi al centro della ricerca storica: in un recente convegno internazionale, Contra Moros y Turcos, a Villasimius, si è fatto il punto su “Politiche e sistemi di difesa degli Stati mediterranei della Corona di Spagna in Età moderna”. Il rinnovato interesse scientifico e anche mediatico sui presidi spagnoli e sulle rocche medievali dell’isola nasce nelle stanze del Dipartimento di Studi storici dell’Università di Cagliari e dell’Istituto di Storia dell’Europa mediterranea (Isem) del Cnr.

In un articolo ancora inedito scritto in occasione di un recente convegno tenuto a Granada, lo storico Gianni Murgia fa il punto sui problemi di difesa in Sardegna tra Cinque e Seicento. Dopo la capitolazione del presidio de La Goletta, nel 1574, e la riconquista di Tunisi tre anni dopo, la pressione turca nel Mediterraneo si confermava molto forte. In seguito a questi avvenimenti, soprattutto, gli spagnoli perdevano l’avamposto africano più orientale ed erano costretti ad arretrare la frontiera difensiva. «In questo nuovo contesto politico-militare la Sardegna, che fino ad allora aveva svolto un ruolo secondario nello scacchiere difensivo mediterraneo, seppure importante, ora tenderà a ricoprire quello di avamposto di una frontiera insulare», annota Murgia, «confine invisibile tra paesi cristiani e musulmani». Dopo il rovescio tunisino si poneva dunque il problema di non facile soluzione del potenziamento della difesa della Sardegna, «la cui ossatura nevralgica - continua Murgia - era costituita dalle tre piazzeforti marittime della capitale del regno, la città di Cagliari, dalla catalana Alghero e da quella di Castellaragonese», attuale Castelsardo.

Le incursioni barbaresche non davano tregua all’isola, spiega Daniele Vacca, neo dottore di ricerca in Storia moderna: «Accadeva spesso che i corsari o i pirati rimanessero nascosti a ridosso delle coste per svariati mesi dell’anno, pronti ad assalire di soppiatto ». Come capitò nel 1582, «quando gli assalitori riuscirono a sbarcare nella spiaggia di Quartu e a mettere a ferro e a fuoco le ville di Quarto, Quartucciu, Pirri e Pauli, fermandosi alle porte di Cagliari». La Sardegna doveva essere protetta con urgenza: lo segnalava anche il Granduca di Toscana a Filippo II nel 1574. La rete difensiva costiera veniva ricostruita a partire dal 1591.

Alla fine del Seicento le torri sul mare erano già 82. Alla loro sommità «erano collocati grandi padelloni, contenitori di ferro battuto per i fuochi, e griselle, cestelli di ferro nei quali si bruciava erica bagnata e bitume per le fumate», descrive ancora Murgia. Ma nonostante gli sforzi per rafforzare la sicurezza dell’isola, la difesa continuava ad essere molto precaria anche perché le torri avevano solo il compito di segnalare i pericoli e dare l’allarme e gran parte di esse erano prive di armamento pesante. «Ora, di quelle torri realizzate a più riprese soprattutto nel corso del XVI e del XVII secolo, spesso a costi troppo alti o con progettazioni sommarie, non rimangono che le testimonianze materiali», commenta la ricercatrice del Cnr Maria Grazia Mele su Darwin. Si pone quindi l’esigenza di una valorizzazione dei monumenti per far sì che diventino nuovamente una rete di collegamento con il territorio circostante. La Mele ricorda anche l’uso delle tecniche multimediali, «così come proposto per la torre di Santa Maria Navarrese».

Le antiche fortezze costruite sulla frontiera tra Islam e Cristianità, «esaurita già da tempo la funzione difensiva, devono costituire un tramite con l’altra sponda del Mediterraneo », auspica la ricercatrice. E segnala che in collaborazione con il Csic di Madrid (Consejo superior de investigaciones cientificas), l’Isem del Cnr ha varato un importante progetto di studi sul sistema di difesa mediterraneo della Corona di Spagna al quale collaboreranno decine di Università. Giovanni Serreli, anche lui del Cnr, curatore insieme a Maria Grazia Mele degli atti del convegno Contra Moros y Turcos che saranno pubblicati a breve, si occupa da anni di castelli medievali. Conosce palmo a palmo la rocca della Marmilla a Las Plassas, costruita per vigilare il meridione dello stato arborense, o quella di Acquafredda. «Come spiegare l’esistenza fin dal principio del XIII secolo del castello di Siliqua», si domanda Serreli, «lontano cioè dai confini statuali e quasi nel cuore del Regno di Càlari?». Ed è qui che si aprono gli scenari più suggestivi: «Il castello esisteva almeno dal 1251, ma la sua cappella dedicata a Santa Barbara, è di certo precedente e risale almeno al XII secolo». Siamo in presenza, verosimilmente, di un edificio bizantino, «un castrum sede di una guarnigione contro i mauri esiliati nel Sulcis». Da non dimenticare che sotto la rocca passava una importante strada romana che collegava l’antica Càrales con Sulci, oggi Sant’Antioco. Solo alla fine del Regno di Cagliari, 1258, il maniero di Acquafredda entrò in possesso del celebre conte Ugolino «che lo fece riedificare a guardia dei suoi possedimento sardi». E qui la storia diventa leggenda.



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