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La cella del carcere di Turi
La cella del carcere di Turi
Giovanni Lay, artigiano della politica
L´Unione Sarda - Sabato, 22 Aprile 2006

Giovanni Lay ed Enrico Berlinguer

La vita di Giovanni Lay, combattente e capo comunista, è parte importante della storia politica e civile dell’antifascismo sardo. Conosciuto soprattutto per essere stato compagno e “allievo” di Antonio Gramsci durante la prigionia nella casa penale di Turi, il dirigente politico nato a Pirri nel 1904 è stato protagonista di 70 anni di lotte per la conquista della libertà e della democrazia e per la rinascita della Sardegna. Le sue esperienze sono ora condensate in una autobiografia con scritti e memorie curata dalle figlie Gabriella e Laura, edita dalla cagliaritana Tema (271 pagine, 25 euro).

Il titolo è una perentoria dichiarazione d’orgoglio, la rivendicazione dell’identità più autentica di Lay: Io, comunista. Un forte orgoglio nutrito dall’umiltà e dalla coerenza di un militante vero. Il libro è stato presentato avant’ieri a Cagliari da Pietro Cocco, Manlio Brigaglia, Francesco Macis e Tore Cherchi. A 17 anni, stregato dai discorsi dei reduci della Grande guerra e influenzato dal padre, Lay aderisce al movimento sardista di Emilio Lussu. Allora lavorava come apprendista pasticcere nel caffè di Clavuot e Rizzi in piazza Yenne a Cagliari. È qui, come ricorda Peppino Fiori, che nel 1924 avvenne un incontro casuale tra un giovanissimo Lay e Gramsci dopo il congresso regionale del Partito comunista d’Italia. I primi contrasti con un capo del fascio di Pirri, tale Sanna, Lay li racconta così: «Pochi giorni dopo la marcia su Roma il cavaliere venne a cercarmi dove lavoravo. Senza molti preamboli mi fece pressappoco il seguente discorso: “Come sai, io sono un uomo generoso e sai anche che posso fare del bene a chi mi è amico. Sono diventato uno degli esponenti del fascio di Pirri e conto molto presso i dirigenti del partito. Tu non perdere tempo, vienitene con noi, non te ne pen- L tirai”».

Lay non accettò l’invito ma qualche giorno dopo, facendo rientro a casa, fu prelevato dal tram e accompagnato dal cavaliere. Mentre si trovava nella sede del fascio arrivò il padre: «Indossava una lunga mantellina militare grigio-verde che gli arrivava sotto le ginocchia. Capii subito che sotto portava a tracolla il suo fucile da caccia». Il padre, secco: «Sono venuto a riprendere mio figlio» e lo trascinò via per un braccio. Nel 1923 Lay si iscrive al Pcd’I, formazione politica all’interno della quale attraverserà gli anni difficili della clandestinità e della prigionia. Nell’immediato dopoguerra sarà segretario della Federazione cagliaritana e nel Comitato centrale del Pci. Risulterà il consigliere più votato in assoluto nelle prime amministrative di Cagliari nel marzo del 1946. Tre anni dopo farà parte del primo Consiglio regionale della Sardegna e sarà riconfermato per quattro legislature sino al giugno del 1965. Guida l’Alleanza contadini e pastori sardi e la Confcoltivatori sino al ’76. Sarà poi presidente della sezione sarda dell’Associazione perseguitati politici antifascisti e dirigente dell’Istituto sardo per la Resistenza negli anni Ottanta. Muore a Cagliari il 3 gennaio del ’91.

«Nel passeggio, su e giù per il cortile del penitenziario, Gramsci si accompagna oltre che con Francesco Lo Sardo, con un giovane commesso di Cagliari, Giovanni Lay», scrive Paolo Spriano nella sua Storia del Pci. Il racconto dei sedici mesi che Lay trascorse a Turi in compagnia di Gramsci e anche di Pertini, dopo essere stato condannato nel ’28 dal fascismo a sette anni e sei mesi di carcere per propaganda sovversiva e associazione comunista, sono uno dei passaggi più interessanti dell’autobiografia. La descrizione dei drammatici giorni di cella del grande intellettuale di Ales si sofferma anche su particolari leggeri, come la passione di Gramsci per la coltivazione dei fiori e per la dama: «Giocava bene e spesso batteva anche tre compagni di fila. Ma quando qualcuno più forte di lui lo mandava sconfitto, allora era un vero piacere assistere alle spiegazioni che egli dava del fatto di aver perso la partita: “Se non avessi fatto questa mossa, se fossi stato più attento”… e poi indicava ai compagni che, per battere l’avversario, bisogna conoscerlo e apprestare le armi adeguate per sconfiggerlo». Lay riconosce che l’esperienza di Turi fu determinante per la sua formazione politica.

Quando nel ’32, due anni prima della fine della pena, riacquistò la libertà e tornò a Cagliari per ricominciare a diffondere la stampa clandestina e aprire un negozio di alimentari in via Sonnino, «le direttive che il compagno Gramsci aveva inculcato dentro di noi trovavano una conferma nei fatti ». Tanto è vero che, come ha spiegato Pietro Cocco alla presentazione del volume, non fu condannato una seconda volta: «Gramsci gli aveva insegnato a coprirsi le spalle». La figura di chi è stato tra i fondatori del Partito comunista in Sardegna (definito con felice espressione da Francesco Macis “artigiano della politica”) acquista sfumature private e familiari dalle testimonianze di amici e figli. Lay sapeva ascoltare ed era in grado di confrontarsi con chi non la pensava come lui. Manlio Brigaglia, ricorda: «Io non ero comunista, e Giovanni nonostante ciò è stato il primo a non guardarmi con sospetto». Carlo Lay racconta: «Quando babbo raramente tornava a casa per pranzo, in via Millelire, si annunciava con un fischio particolare e noi gli andavamo incontro per portargli via i tre giornali che portava sottobraccio: il Corriere, l’Unità e L’Unione. Poi si mangiava, solitamente minestrone. La pastasciutta era un’eccezione solo la domenica».



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