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Sa Batalla - ricostruzione storica della Battaglia di Sanluri
Sa Batalla - ricostruzione storica della Battaglia di Sanluri
Giudicati, l’epoca dell’indipendenza
L´Unione Sarda - Giovedi, 06 Aprile 2006

Nella seconda metà dell’XI secolo alcune migliaia di cavalieri inglesi fuggono dalla loro terra sottomessa al dominio normanno di Guglielmo il Conquistatore. Allestiscono una grande flotta che avrebbe dovuto veleggiare verso l’Oriente bizantino dove si sarebbero messi al servizio dell’imperatore. Nel corso della lunga navigazione si imbattono in un’isola misteriosa. Convinti di sbarcare in un regno di “infedeli”, distruggono e razziano tutto ciò che trovano. Ma presto si accorgono che l’isola è cristiana, quindi dal loro punto di vista civilizzata, e che è dotata di una organizzazione politica autonoma. Rinfoderate le spade gli inglesi restituiscono il maltolto e si scusano. In segno di gratitudine “i prìncipi” di Sardegna consegneranno ai navigatori stranieri 1300 servi per rafforzare gli equipaggi.

Con il racconto di questo episodio, che resta tuttora controverso, si apre la nuova, attenta, ricostruzione della storia giudicale di Sardegna di Gian Giacomo Ortu (La Sardegna dei giudici, Il Maestrale, 361 pagine, 23 euro, terzo volume della collana “La Sardegna e la sua storia” coordinata da Luciano Marrocu). Non a caso il libro comincia dagli sbarchi inglesi attorno all’anno Mille, perché, se i fatti fossero del tutto confermati, dimostrerebbero l’estraneità della Sardegna all’Occidente cristiano sino alla vigilia della riforma gregoriana. «Quasi un mondo misterioso», scrive Ortu.

Un mondo che celava un suo coerente edificio istituzionale. Quattro giudici che, al di là delle continuità con Bisanzio o con Roma, amministravano l’isola con equivalente dignità. La prima traccia inequivocabile dell’esistenza di questa «nuova maniera di signoria», così come la definiva Giuseppe Manno, risale al 14 ottobre 1073. È una lettera che il papa Gregorio VII invia da Capua a Orzocco di Cagliari, Orzocco di Arborea, Mariano di Torres e Costantino di Gallura. La storia dell’isola dall’XI al XIV secolo è stata però spesso letta e interpretata, a diversi livelli, ricercando la chiave di volta di un’autentica autonomia e identità sarda. Piuttosto si potrebbe affermare che non esiste una continuità così scontata e meccanica tra l’esperienza politica dei giudicati e l’autonomismo moderno. Ortu sta compiendo un percorso di indagine generale sulle dimensioni del potere politico che lo ha portato alla pubblicazione del saggio sullo Stato moderno (Laterza). Adesso, nel- N l’ambito di questa stessa prospettiva di ricerca, lo storico esplora le istituzioni dell’isola medievale.

La Sardegna dei giudici è un’analisi della società dell’epoca sotto tutti i profili, con particolare attenzione alle dinamiche istituzionali, politiche e culturali. L’autore, docente di Storia moderna alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Cagliari, rielabora esclusivamente fonti dirette privilegiando immagini, figure ed episodi reali. Di particolare suggestione è il risalto narrativo dato ai giudici Gonario e Adelasia di Torres, Barisone d’Arborea, Benedetta di Massa. Questa ricerca raccoglie e riesamina gli stimoli di tutta la grande storiografia sulla Sardegna medievale a partire dai classici studi degli storici del Diritto Enrico Besta e Arrigo Solmi, passando per il lavoro sulla proprietà fondiaria di Raffaele Di Tucci, arrivando agli “Appunti di storia giuridica sarda” di Enrico Cortese. Marco Tangheroni e John Day.

Nel libro di Ortu gli elementi di analisi rigorosa dei documenti si fondono con il racconto ordinato degli avvenimenti. Pregio che consente di raggiungere, oltre al pubblico specialistico, anche una platea di lettori più vasta. In conclusione l’autore lancia una proposta molto stimolante. Alla luce di una interpretazione complessiva, unitaria e coerente degli istituti della sovranità giudicale sarebbe utile mettere assieme tutti i documenti che fondano tale costruzione politica. Ortu parla di un ideale Codice politico della Sardegna giudicale da realizzare concentrando tutte quelle fonti normative e ordinamenti medievali sparsi in archivi diversi o annessi alla memoria istituzionale di altre comunità, per esempio gli Statuti pisani. In questo modo si potrebbe raccogliere l’eredità culturale e politica di quell’epoca dei giudici che non è sbagliato definire “epoca dell’indipendenza”.



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