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Bacu Abis
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E gli Alleati decisero: serve uno 007 nel Sulcis
L´Unione Sarda - Venerdi, 24 Marzo 2006

Due minatori fanno una pausa per mangiare in miniera, nelle immagini di Aldo Pizzi

La Sardegna era al centro degli interessi dell’intelligence americana già nel 1943. Dagli archivi di Washington della Commissione alleata di controllo, organizzazione che in base all’armistizio sovrintendeva il passaggio dei territori italiani dal governo militare all’amministrazione politica, emerge la richiesta del distaccamento di uno 007 Usa nella provincia di Cagliari. Lo rivela la docente di Storia delle istituzioni politiche all’Università di Cagliari Maria Rosa Cardia: «Nelle carte della Commissione alleata ho trovato una corrispondenza tra due funzionari dove uno chiede all’altro, suo superiore, il distaccamento di un “penguin”, cioè di un agente segreto, nella provincia di Cagliari.

Il superiore risponde positivamente, annunciando che il “pinguino” sarà inviato». Sarebbe quindi ancor più giustificata la presenza di agenti Cia in una zona di particolare interesse per gli Alleati come quella mineraria e per di più durante la Guerra fredda, così come sostenuto dall’ex sindaco di Carbonia Pietro Cocco. La città degli operai, rossa e in odore di rivoluzione, ha indubbiamente suscitato le attenzioni dei servizi segreti Usa nel dopoguerra. Anche gli storici sardi sono concordi nel ritenere che alla fine degli anni Quaranta a Carbonia potesse agire una rete di informatori collegata in modo più o meno formale all’ambasciata statunitense o al governo italiano. Una rete probabilmente non ufficiale ma che riferiva direttamente a funzionari o agenti americani. «Sarebbe strano il contrario», dice Gian Giacomo Ortu, docente di Storia moderna all’Università di Cagliari: «La plausibilità dell’affermazione di Cocco si fonda sulla realtà.

È noto che in previsione dello sganciamento dall’Italia di Stati Uniti e Inghilterra previsto per il 15 dicembre del 1947, il National Security Council, organo di consulenza del presidente Usa, stesse approntando un intervento anche militare specialmente in Sardegna e in Sicilia nel caso di una possibile vittoria elettorale dei comunisti o di una insurrezione ». In questo scenario Carbonia era considerata una zona particolarmente sensibile per la presenza delle miniere e per l’alta concentrazione operaia. «Non dimentichiamo poi che dal maggio 1947 la sinistra è allontanata dal Governo», continua Ortu, «e che l’Italia rappresentava per gli americani una frontiera strategica rispetto all’espansione del socialismo e rispetto alla capacità di influenza culturale che il L Paese poteva esercitare anche all’estero». Secondo il docente la testimonianza di Cocco può essere letta come un invito a ricostruire la storia di Carbonia anche nel contesto politico generale dell’Italia del dopoguerra. Anche Luciano Marrocu, docente di Storia contemporanea all’Università di Cagliari, ritiene ammissibile, nonché autorevole, l’affermazione dell’ex sindaco.

«Era del tutto plausibile che intorno al 1947 fiduciari al servizio degli Usa operassero a Carbonia », spiega, «ma al momento, in base alla documentazione da me analizzata, non sono in grado di affermare se si trattasse di agenti o incaricati stipendiati dalla Cia o di referenti informali ». È invece fuor di dubbio che durante la Guerra fredda una città con 17200 operai, sindaco operaio, avvoltolata di bandiere rosse, apparisse minacciosa e inquietante ai custodi dell’ordine pubblico e degli equilibri atlantici. «Basti ricordare le imponenti manifestazioni che ci furono il giorno dopo l’attentato a Togliatti », continua Marrocu. Il 15 luglio 1948 la città intera partecipa a un comizio in piazza Roma. L’iniziativa sfocia in tumulti e devastazioni delle sedi dell’Msi, del Psi delle Acli e dell’Azione cattolica. Il giorno dopo, a Bacu Abis, viene malmenato un esponente democristiano.

Il sindaco Renato Mistroni e il segretario della Camera del Lavoro Antonio Selliti, imputati di istigazione a delinquere, si rifugiano in Cecoslovacchia. Nel dicembre del ’49 la Corte di Assise di Cagliari riterrà responsabili di quei fatti 44 persone e le condannerà a 108 anni di reclusione: tutto l’apparato dirigente del partito comunista e del sindacato era liquidato. Di quell’esperienza resta una viva testimonianza nelle lettere di Umberto Giganti, allora giovane avvocato, condannato a quattro anni e sei mesi di carcere per devastazione e saccheggio, pubblicate per la Cuec dalla figlia Pia.



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