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Boia e poeti, feste e parrucche Vita dei Viceré e dei loro sardi
L´Unione Sarda - Mercoledi, 15 Marzo 2006

Il vicere' Giuseppe Vincenzo Lascaris

Viceré, chi erano costoro? A partire dai nomi, difficili da ricordare e da pronunciare, continuando con le personalità e passando per le biografie, di quei parrucconi che tappezzano le sontuose stanze del palazzo regio cagliaritano poco o nulla è dato conoscere.

Da qui la bella idea dell’assessorato alla Cultura della Provincia di Cagliari e dell’associazione Ekate di schiodare le pesanti tele, rispolverare qualche antico racconto, e cercare di capire meglio, al di là della lente dello storico, chi erano questi signori imbellettati. Il tutto con leggerezza, divagazioni e curiosità. Ne vien fuori Quattro sono meglio di uno - Viceré di Sardegna nel Settecento: ritratti e racconti, una mostra allestita naturalmente al palazzo regio che sarà inaugurata venerdì prossimo alle 17, visitabile sino al 31 maggio dalle 10 alle 17 e il mercoledì sino alle 20. L’iniziativa è stata presentata ieri dall’assessore Luciano Marrocu e dalla curatrice Elisabetta Borghi. I quattro faccioni, scelti perché i meno arcigni, i più ammiccanti, i meno sgraziati, è come se fossero messi in scena. Recitano una parte nel teatro contemporaneo sottoponendosi al giudizio del pubblico. Prìncipi e attori che si scoprono an- V che poeti e viaggiatori, festaioli e un po’ lugubri.

Il tentativo di leggere negli sguardi dei piccoli re, di spogliarli da corazze e broccati e di sciogliere titoli e onorificenze, mette in moto l’immaginazione. La guida privilegiata del percorso tra suggestioni e parole che riaffiorano dal Settecento è sopratutto la fantasia. Eccoli dunque, in ordine di apparizione, e volutamente non cronologico. Francesco Emanuele Saverio Gravina, principe di Valguarnera, ma pure cavaliere dell’Ordine della Santissima Annunziata e tanto altro. Come traspare dal ritratto «Prese possesso a dì 27 settembre 1748, partì a dì 9 ottobre 1751». Alla scadenza del suo mandato i delegati degli stamenti sardi, gli antichi parlamenti isolani rappresentanti del ceto nobiliare, del clero e delle oligarchie cittadine, gli chiesero di restare. Non dovevano invece pensarla allo stesso modo i trecento banditi che il ferreo viceré fece catturare soprattutto in Gallura e processare possibilmente in giornata. D’altro canto diede prova di liberalità nel consentire a molti studiosi sardi di approfondire le proprie competenze a Torino. Ma la sua passione doveva essere la festa. Come quella grandiosa che organizzò in occasione delle nozze del duca e futuro re Vittorio Amedeo di Savoia con Maria Antonia Ferdinanda di Spagna. Allora il salone del palazzo reale si trasformò in un teatro. Si rappresentava per l’occasione l’opera in musica Giunone placata.

Il testo del componimento di Carlo Capsoni di Alessandria resta a testimoniare l’evento: decine di invitati, fasti e drappi delle grandi occasioni. Tutto questo accadeva a Cagliari nel 1750. Forse più scettico e più distante dalla mondanità doveva essere Don Girolamo Falletti, delegato dal 1731 al 1735. Ebbe la fortuna di morire da viceré e oltretutto in Sardegna. Per lui furono riservate maestose onoranze funebri a Palazzo e in cattedrale. Maestose e inquietanti come il suo cadavere imbalsamato, esposto al culmine di una scalinata tra balaustre e fasci di candele. Il marchese stette impalato su un seggiolone con spada e parrucca per tre giorni e tre notti. Poi un corteo in grande stile accompagnò il nobile corpo in cattedrale. La salma fu deposta su un catafalco e si celebrarono le esequie solenni. Ogni minimo particolare del funerale era stato ragionato, calcolato e programmato dall’ingegnere piemontese Augusto De La Vallée che in pochi giorni preparò le gravi architetture effimere. Disegni e didascalie sono a disposizione per i più curiosi. D’Hallot des Hayes, di nome Vittorio Ludovico, era invece un viaggiatore. Si era messo in testa di conoscere l’isola da vicino, in lungo e in largo, incontrare le popolazioni che avrebbe dovuto amministrare. Il giro della Sardegna durò tre mesi e servì anche per riformare i governi locali. Di questo suo itinerario resta una relazione dettagliata e preziosa per capire la società settecentesca.

Quando des Hayes arrivò al Capo di sopra, il governatore della città gli offrì una canzone composta da Giacomo Carelli, il gesuita novarese Francesco Gemelli gli dedicò il poemetto La felicità. Ma Don Vittorio, che governò dal 1767 al 1771, è ricordato anche per l’amnistia per i condannati a meno di dieci anni di carcere e per il primo restauro complessivo del palazzo regio. Si deve a lui l’accorpamento dei diversi edifici che formavano la residenza reale in un’unica facciata con il grande portale e lo scalone a doppia rampa che vediamo ancora oggi. A ricordare l’intervento rimane un’iscrizione sul prospetto. Infine il poeta, Giuseppe Vincenzo Lascaris. Si aggregò all’Arcadia e come da consuetudine compose con uno pseudonimo, Laurisbo Orifiaco. La passione per i versi era precoce, a diciotto anni già pubblicava le prime liriche e traduceva pure le tragedie francesi. Nel sonetto Turchi rotti rimproverava ai musulmani di non essersi sottomessi al cristianesimo tanto che si permettevano ancora di solcare il Mediterraneo e di assaltare le coste. Correva il 1784.

Ma al sensibile cantore furono pure dedicati fior di componimenti come quello del giurista algherese Domenico Simon scritto nel 1778 in occasione del suo arrivo a Cagliari. L’intellettuale descrive la città in festa, fuochi d’artificio e torce la illuminavano a giorno. La nobiltà gozzovigliava a suon di gelati, frutta e liquori di ogni genere. Non mancavano gli alberi della cuccagna. In occasione dello sbarco del viceré Lascaris, che levò il disturbo nel 1781, scrissero anche l’avvocato Francesco Saisi e il gesuita Angelo Berlendis. Dai ritratti e dai racconti, dagli appunti di viaggio e dalle onoranze funebri, dalle poesie per le feste e dalla vita di corte, emergono figure dei viceré di Sardegna colorate e frivole, leggere e svagate, ma pure scure e tragiche. Insomma, figure tutte settecentesche. I prìncipi misantropi «che non sanno ridere e non vorrebbero che neppure gli altri ridessero» descritti da Ludovico Antonio Muratori forse erano anche qualcos’altro.



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