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Giovane e laureato: «La nuova vita sulla via del Signore»
LŽUnione Sarda - Sabato, 19 Novembre 2005

Ha una stanzetta vuota nel seminario: letto, bagno, libreria, scrivania, ma non è un seminarista. La sua giornata è scandita da preghiere, studio e crocifissi, ma non è un prete. Emanuele Meconcelli è uno dei sedici giovani che da un anno è entrato nella comunità vocazionale, praticamente quella che viene ritenuta l’anticamera del collegio ecclesiastico voluta dall’arcivescovo di Cagliari Giuseppe Mani. Una via di mezzo tra un laico e un uomo di Dio.

Cagliaritano, laureato in Economia, trent’anni, e già responsabile diocesano dell’Azione cattolica. Tono di voce e modi di fare da leader e davanti a sé un lungo percorso verso il sacerdozio che può durare fino a nove anni. La fede, coerente e abbagliante, pare non gli manchi.

Diventare prete a trent’anni, in piena “dittatura del relativismo”, come direbbe il Papa, e nel bel mezzo di una crisi delle vocazioni: non si sente una straordinaria eccezione?
«La vocazione è un dono di Dio che non è elargito in base a delle preferenze. Rispondere oggi a quello che mi chiede il Signore è per me l’unica possibilità di essere felice».

Perché si parla di crisi delle vocazioni?
«Sentire una chiamata di Dio presuppone un cammino di discernimento e un silenzio che oggi purtroppo è corrotto da una società che cerca di venderti di tutto ».

Lei sta percorrendo questo cammino?
«Sì, mi trovo in una situazione in cui c’è silenzio e quindi posso capire cosa il Signore vuole da me».

Ma questo non sempre è possibile.
«È decisamente molto difficile che una persona distratta capisca cosa Dio le chiede».

Oltre al cielo, anche l’arcivescovo Giuseppe Mani l’ha aiutata a trovare la strada?
«Il mio cammino di discernimento è precedente all’arrivo di monsignor Mani. Però questo vescovo, che ha un carisma specifico perché da vent’anni forma sacerdoti, mi ha saputo condurre nella maniera giusta. Poi nella mia storia di fede ci sono altre tappe fondamentali: il prete a Poggio dei Pini, don Alberto Medda, la comunità parrocchiale, l’Azione cattolica».

Che cosa ha lasciato per entrare in comunità vocazionale?
«Lascio una vita in cui forse decidevo tutto io per iniziare una vita in cui la Chiesa mi accompagna. Fino a pochi mesi prima di entrare in comunità ero fidanzato».

Ha ancora senso il celibato per i preti?
«Il celibato è un grande dono perché ci consente di dedicare un amore esclusivo al Signore continuando ad amare gli altri ed essendo liberi ».

Suo padre, Alberto (presidente Sfirs), cosa pensa della sua scelta?
«Se questa è la strada che mi rende felice anche lui è felice per me. Lui dice che sarebbe orgoglioso della mia scelta».

La Chiesa fa politica?
«No, la Chiesa ha il compito di indicare ai fedeli quali sono le scelte per essere in sintonia con gli insegnamenti di Gesù. Tenuto conto che viviamo in un contesto di relativismo, il Papa non si stanca mai di richiamarlo, è necessario sostenere una verità profonda».

Sui Pacs qual è la verità?
«Che l’amore è tale solo se si apre alla possibilità di procreare, è scritto nella natura: due fiori maschi non fanno un frutto».

Ma qui si tratta di tutelare i diritti civili di una coppia in uno stato laico.
«Per questo scopo esistono altri strumenti nell’attuale giurisdizione, non c’è bisogno di un matrimonio camuffato da contratto a termine».

Di quali sacerdoti abbiamo bisogno?
«Di sacerdoti che amino gratuitamente come ama Gesù. E amare non vuol dire necessariamente portare le persone dalla propria parte».



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