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Israel, se l’odio totale si fonda anche sulla scienza
L´Unione Sarda - Venerdi, 18 Novembre 2005

Dostoevskij lo aveva profetizzato nei Demoni: il signor Shigaliov per risolvere definitivamente la questione sociale propose «la divisione dell’umanità in due parti diseguali. Una decima parte riceve la libertà della personalità e un diritto illimitato sugli altri nove decimi. Mentre questi devono perdere la personalità e trasformarsi come in una specie di gregge». Per far ciò occorrono misure «assai notevoli, fondate sulle scienze naturali ed assai logiche ». Nel 1871, mentre in Germania il nazismo era di là da venire, lo scrittore moscovita anticipava gli aspetti abominevoli della deriva totalitaria novecentesca.

All’epoca la Kulturkampf, battaglia anticattolica della cultura voluta da Bismarck per rafforzare la laicità dello stato, stava per giungere all’apice. Il docente di Storia della matematica alla Sapienza di Roma, Giorgio Israel, a Cagliari nei giorni scorsi per parlare di pianificazione scientifica negli stermini di massa del XX secolo, intravede nel romanzo russo un paradigma di incubi appena trascorsi che prendono i nomi di lager e di gulag. Israel è molto chiaro, si esprime davanti a una platea di studenti e insegnanti invitati da Scienza Società Scienza, un’associazione che in occasione dell’anno mondiale della fisica ha promosso un nutrito calendario di conferenze. Quando non si accetta l’uomo per quel che è, quando non si tollerano la pluralità, i conflitti, i limiti, è facile approdare a una palingenesi totale della società.

La rifondazione del genere umano, come la narra Dostoevskij, è un ritorno alle origini. Un’innocenza primordiale da raggiungere attraverso una serie di rigenerazioni. Il prefigurare i tratti di un destino tenebroso tutto dentro la coscienza dell’uomo, secondo Israel, è stato un grande insegnamento. Ma soprattutto immaginare che l’odio totale possa esprimersi attraverso principi razionali fondati sulla scienza, rappresenta una chiara evocazione degli orrori di Auschwitz e della Siberia, sottolinea il matematico. Accostare il totalitarismo fascista a quello comunista è però sempre rischioso. I due universi astratti dai propri contesti specifici, incasellati in una generica par condicio della storia, possono svuotarsi di oggettività. «Esiste una naturale ripulsa a metterli sullo stesso piano », dice Israel, «in quanto non bisogna dimenticare che il comunismo è stato adiacente a movimenti di emancipazione degli oppressi nati per migliorare la società». Tuttavia, entrambe le ideologie, in determinati casi, hanno individuato il male nella democrazia, «sono D rivoluzionarie, atee, anticristiane, antiebraiche, disprezzano la legge in nome della volontà delle masse. Hanno la pretesa di reinventare il mondo sulla base di universalismo e nazionalismo ».

Dall’analisi dei totalitarismi novecenteschi emergono inevitabilmente tratti comuni, sebbene lager e gulag (acronimo di glavnoe upravienie lagerej, amministrazione generale dei campi) non possano essere esclusivamente assimilati. È qui che il terreno diventa franoso. La ricerca di aspetti simili tra le forme di organizzazione scientifica dei due strumenti di oppressione e di repressione è difficile perché gli studi in materia sono sbilanciati. Si sa molto della macchina di morte hitleriana, si sa molto poco dell’universo concentrazionario creato sin dai tempi della Russia zarista e di Lenin nelle isole Solovki. Il nazismo ha istituito campi di sterminio in mezza Europa per ragioni razziali, Stalin ha voluto i gulag disseminati in tutta l’Unione sovietica per rinchiuderci kulaki e subkulaki, controrivoluzionari e “nemici del popolo”.

Aleksandr Solzenicyn nel suo celebre Arcipelago Gulag (Mondadori), spiega come si potesse essere comunque deportati nelle tundre gelate anche senza motivo. Nonostante da un lato si sia configurato un apparato per l’eliminazione dell’uomo e dall’altro un’organizzazione per il lavoro forzato, il risultato finale non cambia: «In un caso e nell’altro si moriva non per ciò che si era compiuto ma per ciò che si era», sostiene Israel. E per far morire milioni e milioni di persone occorreva necessariamente una pianificazione precisa, oggettiva. Scientifica, appunto. Edwin Black in L’Ibm e l’olocausto edito in Italia da Rizzoli, dimostra come i nazisti utilizzassero la tecnologia fornita dalla nota società americana per effettuare i censimenti di ebrei, dissidenti, zingari, omosessuali. Si trattava di macchine Hollerith a schede perforate costruite dalla succursale tedesca dell’Ibm.

Una di queste è finita all’Holocaust Museum di Washington. «Come avrebbe fatto altrimenti la Gestapo ad avere disponibili tutti gli indirizzi delle persone da deportare di un’intera città?», si chiede Israel. «Per esempio, mio padre si salvò solo perché aveva cambiato residenza». Il ricorso agli strumenti tecnici e la procedura esatta di classificazione e schedatura furono determinanti per il raggiungimento dell’obiettivo genocidio. Ad ogni numero impresso nel braccio del deportato corrispondeva una scheda perforata in ufficio. Il matematico ricorda che nel 1937 Hitler decorò con una medaglia al merito l’allora responsabile dell’Ibm Thomas Watson. La multinazionale americana si difende dicendo che non poteva sapere come sarebbero state utilizzate le macchine Hollerith e che dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale la propria filiale tedesca era sotto il controllo del Reich.

«Sui gulag sappiamo meno», ripete Israel, «non abbiamo archivi e documenti a disposizione come per i campi di sterminio tedeschi». Però a proposito della pianificazione razionale qualcosa emerge. Lo stesso Solzenicyn descrive la disposizione particolare dei prigionieri sui treni per ottimizzare gli spazi. Una organizzazione per il lavoro forzato centralizzata non poteva che seguire indicazioni precise. «La prima impressione che si può avere studiando i gulag è quella di una struttura scarsamente efficiente. Si capisce poi come gli intenti non erano per nulla caotici », riflette Israel. L’autore di Arcipelago Gulag ricorda il caso di un internato che propose di migliorare gli aspetti di inefficienza dei campi applicando un principio basato sul cottimo differenziale: più si lavora e più si mangia. L’idea fu tramutata in una scala di nutrizione che necessariamente innescò un meccanismo di selezione infernale. Alcuni prigionieri avevano la possibilità di sopravvivere e rafforzarsi, altri deperivano in poco tempo andando incontro alla morte. In tal modo si massimizzava il rendimento minimizzando i costi. L’ideatore del sistema probabilmente conosceva le teorie di Taylor. Da deportato divenne ben presto uno dei capi del gulag, fu decorato e nominato generale. Riuscì addirittura a salvarsi dalle epurazioni di Stalin.



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