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Manifestazione Liberu a Decimomannu, gennaio 2020. Foto Sandro Martis
Manifestazione Liberu a Decimomannu, gennaio 2020. Foto Sandro Martis
L'isola dei militari
(23 maggio 2020) "L'arcipelago del movimento antibasi sardo è un'aggregazione trasversale e sfaccettata che interpreta un sentimento diffuso e si radica in uno specifico contesto territoriale e culturale: «‘Resistenza' al colonialismo significava di più che semplice resistenza al dominio degli italiani. Come molte isole, e secondo una valutazione antica di secoli, se non di millenni, la Sardegna era ritenuta strategicamente importante. Inoltre, con le grandi estensioni di terra sottopopolata era il luogo ideale per l'addestramento militare», scriveva lo storico inglese Martin Clark nel 1989.

Le svariate forme di opposizione alla presenza militare nell'isola, piattaforma di servizio durante la Guerra fredda e ancor oggi nell'ambito degli interessi di una global Nato, sono oggetto di un ampio dibattito. Ne derivano i contorni di un tema di studio sulla storia politica e sociale della Sardegna del secondo dopoguerra tanto peculiare quanto poco indagato. Si propone qui una ricostruzione ancorché parziale della vicenda sarda prendendo le mosse dagli schemi interpretativi e dagli inquadramenti storici sul movimento nonviolento e antimilitarista nell'Italia del Novecento...".

In due puntate su Storie in movimento un mio articolo che prova a tracciare una prima riflessione sulle diverse forme di opposizione alla presenza militare in Sardegna. 

Prima puntata

Seconda puntata  

Le fotografie sono state gentilemente concesse da Sandro Martis. 

(wa.f.



Commenti inviati
Valerio Strinati ha scritto Martedi, 09 Giugno 2020 alle ore 11:01

Ricevo e molto volentieri pubblico l'articolato commento di Valerio Strinati, gia' consigliere parlamentare del Senato e segretario della Commissione di inchiesta sull'uranio impoverito durante la XVI Legislatura. Strinati sottolinea con molta lucidita' un aspetto centrale: la presenza militare nell'isola solleva prima di tutto un problema democratico che attiene alla sottrazione ai sardi e alla Sardegna di legittime prerogative sulla tutela della propria salute e sullo sviluppo del proprio territorio. Un ringraziamento e un saluto affettuoso, carissimo Valerio. (wa.f.) ------------------------------------------------------------------------ Carissimo Walter, e' un po' che pensavo di scriverti, ma volevo raccogliere qualcuno dei molti pensieri che mi sono venuti in mente leggendo il tuo documentatissimo lavoro sulla presenza militare in Sardegna. Il primo e' stato che magari lo avessi avuto quando ho avuto il privilegio (e l'onere) di essere segretario della Commissione di inchiesta sull'uranio impoverito, nel corso della XVI Legislatura! Tanti passaggi e tanti problemi mi sarebbero stati piu' chiari e forse avrei faticato meno ad aggirarmi attorno a un pezzo di storia che mi e' stato difficile riuscire a penetrare fino in fondo. Questo anche perche', e ti parlo ovviamente dal mio punto di vista dell'epoca, e di quello di chi doveva organizzare l'inchiesta e cercare di trarre alcune conclusioni, per molto tempo la Commissione (e non solo, ma anche molte persone che hanno studiato la questione partendo dalle ricerche sulle patologie invalidanti e la loro diffusione nel mondo militare) e' andata alla ricerca del "killer", ritenendo che individuando e rimuovendo questo o quel fattore di tossicita', si sarebbe in qualche modo risolto o avviato a soluzione il problema della nocivita' della presenza militare in Sardegna. In realta' non si trattava di una problema (solo) sanitario, ma politico, come dimostra il tuo lavoro. Mi sono reso conto nel tempo, e il tuo lavoro me lo conferma, che in realta' a monte della questione della presenza militare in Sardegna c'era e c'e' una grande questione democratica: ed e' paradossale pensare che propria nella terra che ha dato origine a una delle piu' feconde culture dell┬┤autonomia, una parte non trascurabile del territorio sia completamente sottratta al governo di organi rappresentativi e che le collettivita' siano costrette a fare i conti con un potere privo di responsabilita', come ha dimostrato di essere il potere militare. Un potere che ha gestito il territorio in termini di puro e semplice sfruttamento, senza nessun interesse per la sua salvaguardia (a parte lodevolissime eccezioni), eludendo le stesse disposizioni interne delle forze armate (vere e proprie grida manzoniane), ad esempio in tema di obblighi di bonifica successiva alle esercitazioni, clamorosamente aggirate quasi ovunque. D'altra parte, per quanto riguarda la patologie gravemente invalidanti o mortali che hanno colpito tanti militari, io ho sempre sostenuto che le Commissioni d'inchiesta che si sono succedute per quattro legislature non avrebbero dovuto recare nel loro titolo il riferimento all'uranio impoverito, tutto sommato un killer secondario, ma indagare sulle cause dell'elusione e della volontaria disapplicazione delle normative di sicurezza del lavoro nelle Forze Armate e sulla loro indifferenza nei confronti delle condizioni ambientali dei territori che ospitano installazioni militari. Un potere, quello militare, che si e' sempre fatto portavoce di una ideologia coloniale: non hai idea di quante volte, durante i sopralluoghi della Commissione, ci siamo sentiti ripetere dai militari "noi siamo l'industria piu' importante della Sardegna", salvo poi, richiesti di spiegare i motivi della loro affermazione, sentirci dire che dove c'erano le basi militari le pizzerie prosperavano! Alla base c'era l'idea, credo terribile per chi in Sardegna vive e lavora, che nell'Isola fosse possibile solo un'economia di sussistenza, marginale in rapporto a insediamenti "produttivi" importati dall'esterno, oltretutto in nome di una visione geopolitica che da tempo non ha piu' alcun fondamento nella realta'. Un altro elemento che emerge bene dal tuo lavoro e' che il mondo militare e con esso l'amministrazione della difesa si sono sempre e costantemente sottratti al confronto con il governo locale e anche quando hanno instaurato una parvenza di dialogo, hanno sempre ritenuto di non avere alcun obbligo nei confronti di un territorio che ha subito per loro responsabilita' un grave degrado nonche' delle persone che la presenza militare ha fatto ammalare o ha ucciso. Anche in questo c'e' l'irresponsabilita', non solo delle Forze Armate, ma dei governi centrali che hanno avallato modelli di comportamento e condotte ispirate a un sostanziale rifiuto di porsi come interlocutori consapevoli e collaborativi delle comunita' locali. E se non e' un atteggiamento colonialista questo! Ora mi fermo, ma ce ne e' abbastanza per una lunga discussione. E credo che tu abbia fatto molto bene a riproporre la questione della presenza militare in Sardegna, perche' c'e' il rischio che quel poco di luce che le inchieste parlamentari avevano acceso finisca con lo spegnersi rapidamente. Lavori come il tuo tengono desta l'attenzione su una questione che si pone nei termini di una vera e propria questione nazionale. Speriamo che ci sia tempo e modo per parlarne di persona. Un abbraccio, Valerio

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